Nell’intervento “La vita è un sogno?” abbiamo accennato all’arte del “dire senza dire”, un’arte raffinata che quasi tutti utilizziamo, ma quasi sempre a livello inconscio.
In realtà, solo alcuni riescono a utilizzarla consapevolmente e con grande efficacia: registi, scrittori, grafici, pittori, ma anche prostitute, uomini politici e altri.
Essendo questo sito dedicato alla creatività, è per noi necessario evidenziare che una delle componenti dell’arte con la A maiuscola è forse proprio l’essere vera da più punti di vista: poter essere letta da angolazioni differenti e riuscire quindi a trasmettere messaggi molteplici.
I più bravi in questo vengono trattati con grande rispetto perché sembrano riuscire a evocare qualcosa senza che sia immediatamente comprensibile come ci riescano.
Uno di questi è sicuramente Stanley Kubrick.
Nell’intervento “Può fare la differenza” parliamo del sergente Hartman di Full Metal Jacket, che a un certo punto domanda brutalmente a Palla di Lardo:
«Mamma e papà ti hanno fatto mancare il loro affetto quando eri bambino?!»
Nel film è un insulto. Ma quella frase, messa lì, dentro quella situazione, può farci vedere qualcosa di molto più grande: quanto di ciò che siamo cominci a essere costruito quando ancora non abbiamo alcuna possibilità di scegliere.
Prima di noi ci sono già altri esseri umani. Ci sono una famiglia, un ambiente, delle regole, dei comportamenti, affetto o mancanza di affetto, esempi, paure, entusiasmi.
Quando cominciamo a scegliere chi essere, qualcuno ha già cominciato il lavoro.
E forse è proprio questa una delle grandi capacità dell’arte: non dirci necessariamente che cosa dobbiamo pensare, ma metterci davanti qualcosa che ci permette di pensare.
E stiamo saltando a piedi pari altri discorsi.
Persino il nome Hartman può farci pensare ironicamente a heart man, “uomo-cuore”. Il sergente sembra il cattivo, ma può essere letto anche come una macchina umana che sottopone tutti alla stessa pressione. Una pressione che produce risultati completamente diversi su persone diverse: su Joker produce una cosa, su Palla di Lardo un’altra.
E ancora: quella battuta sull’affetto viene rivolta esattamente all’uomo che non reggerà quel processo di trasformazione, ucciderà Hartman e subito dopo se stesso.
Hartman è convinto che il suo metodo produrrà qualcosa.
E invece produce anche tutt’altro.
Nel presente intervento vogliamo però porre alla nostra attenzione soprattutto un altro fatto: queste idee sono lì per chi le cerca. Per chi non le cerca, semplicemente, non esistono.
Ed è anche questa l’essenza dell’arte del dire senza dire.
Nella realtà umana esistono tantissime cose che non si possono dire direttamente perché, per tutta una serie di motivi, non riescono a oltrepassare i filtri degli individui. Possono riuscirci, invece, quando vengono in essere all’interno di un certo contesto.
Chi sente di avere qualcosa da dire parlerà della vita, del mondo, delle cose umane. Potrà celebrare la bellezza di quello che esiste oppure parlare di quello che non va.
Ma ci sono cose sull’essere umano che, dette direttamente, rischiano di sembrare banali, moralistiche, offensive. E dobbiamo anche essere pronti ad accettare che non sappiamo come quello che diciamo verrà interpretato e che, per tutta una serie di ragioni, potrebbe non essere accettato.
E allora cerchiamo altre strade.
Stanley Kubrick, in Full Metal Jacket, fa pronunciare a uno dei suoi personaggi una battuta provocatoria, “carica”, che sicuramente può colpirci ma che subito dopo scivola via, assorbita dal personaggio e dalla sua voluta durezza.
Eppure quello che viene detto, in modo apparentemente quasi gratuito, può contenere una delle informazioni fondamentali sull’inizio stesso della vita: prima ancora che possiamo scegliere, qualcun altro sta già contribuendo a costruire il terreno sul quale cominceremo a farlo.
Un’informazione che, se tutti avessimo ben chiara, secondo noi potrebbe persino cambiare il modo in cui trattiamo chi viene dopo di noi, ma anche tutti gli altri e anche noi stessi.
Forse una delle funzioni dell’arte è proprio questa: dire senza dire.
Ma l’artista non deve necessariamente nascondere una “verità segreta” nell’opera. E non è neppure necessario pensare che ogni possibile lettura sia stata deliberatamente inserita dall’artista.
Può semplicemente creare la condizione perché qualcosa diventi visibile.
CODA abbiamo utilizzato Van Gogh come sfondo, perché nella logica del “dire senza dire”, con lui la comunicazione avviene al di là del soggetto nella forza della tecnica rappresentativa.

