Vi siete mai chiesti cosa ci aspettiamo effettivamente dalla musica? Per esempio vi siete mai chiesti cosa ci aspettiamo effettivamente nel momento in cui andiamo a vedere una performance musicale? I motivi che ci spingono ad andare possono essere veramente tanti, potremmo voler andare: perché siamo curiosi e non siamo mai andati, perché ci ha convinto qualcuno che conosciamo che ne è entusiasta, perché ci sentiamo attratti dal il tipo di pubblico che segue quella realtà musicale, perché pensiamo che ne verrà fuori una bella esperienza. Potremmo voler andare perché siamo attirati dalla bravura tecnica, perché vogliamo sentire a un volume decente l’atmosfera di canzoni che conosciamo, perché vogliamo provare l‘effetto che fa quella particolare performance, perché ci sono nuovi brani e vogliamo constatare se la qualità è effettivamente corrispondente. Ma potrebbe anche essere che cerchiamo la presenza viva e incarnata di un Musicista, la dimostrazione che esiste ancora qualcuno che prova qualcosa profondamente e riesce a trasformare quel sentire in forma, perché ci serve l’esperienza collettiva di sfogo controllato. Perché La musica dice ciò che le parole non riescono a dire. E ancora potremmo voler andare perché ci piace quel “pacchetto emozionale” che la realtà musicale propone e speriamo di ritrovarla. Perché vogliamo identificarci e in qualche modo sentire di essere capiti. Oppure andiamo per sentirci parte di un qualcosa di più grande. Per essere testimoni di un’epoca. Per cantare insieme a centinaia o magari migliaia di persone. Perché cerchiamo lo stesso coraggio, e libertà emotiva di quella realtà musicale. Perché ci serve di sentire qualcosa di vero, di vivo. Perché ci serve uno specchio emotivo. Perché lì troviamo conferma di non essere soli a sentirci in un certo modo, e quindi che i nostri sentimenti in qualche modo sono legittimi, e quindi troviamo conferma della propria identità. Potremmo voler andare perché cerchiamo riscontro che la vita può essere anche viva e intensa. Perché troviamo una prova dell’esistenza di una dimensione più grande, attraverso la bellezza, la condivisione, e il trasporto collettivo. Perché troviamo la conferma di fare parte di un’umanità condivisa.
In altre parole, secondo noi, nella percezione collettiva il vero valore di una realtà musicale, di un musicista, spesso non è solo quello di essere un intrattenitore o un artista tecnico, ma principalmente è quello di essere una guida emotiva. In un certo senso, il pubblico si aspetta che il musicista sappia “leggere” la realtà emotiva del tempo, o almeno una sua dimensione non immediatamente leggibile, e che attraverso il suo saper fare, attraverso il suono la interpreti e la restituisca, permettendo a chi ascolta di sentire ciò che non riesce a esprimere, oppure permettendogli di capire come dovrebbe sentirsi.
In un’epoca di Information Overload [Sovraccarico di informazioni] il passaggio al Communication Breakdown [Interruzione della comunicazione] è spesso inevitabile, e allora si può vedere il musicista come una specie di medium capace di vedere in un‘altra dimensione, e capace quindi di essere in grado di mettere ordine nel caos emotivo, cioè lo si può vedere come uno che ha il coraggio di esplorare territori psichici che noi, da soli, temiamo di esplorare, e quindi potremmo vedere nel musicista un compagno, un alleato, una guida, ma alla fine potremmo vederlo anche soltanto come un amico che cerca di tirarci su come sa, o di avvisarci finché è in tempo.




