Alla fine siamo tutti unici, tutti diversi. Ognuno è un intreccio irripetibile di esperienze, misure interiori e desideri. Non esistono due esseri umani con la stessa forma, né fuori né dentro.
Quante cose mancano. Ognuno di noi avrebbe bisogno di qualcosa fatto ad hoc, su misura per lei/lui.
Ma esiste una parola che descriva il creare qualcosa appositamente per qualcuno? Quale potrebbe essere: sartorializzare? umanizzare? accordare? sartare? customizzare?
Noi pensavamo “Tailorizzare”, prendendo il sarto in prestito al mondo anglosassone. E viene naturale: al di là della bellezza o della musicalità delle parole (che però è un fattore importante), il concetto è che c’è il sarto [tailor] che fa le cose su misura, che ascolta i corpi, che aggiusta con delicatezza.
E allora dici: “Tailorizzare” dev’essere il verbo del fare su misura, dell’adattare la realtà a chi la vive.
Un verbo che manca.
Poi però vai a cercare e scopri che, in italiano, qualcosa di simile esiste già, ma scritto con la y: taylorizzare. E lì ti cade l’occhio: non è la stessa cosa. Perché taylorizzare viene da Frederick Taylor (e non da Taylor Swift), quello della catena di montaggio, dell’organizzazione scientifica del lavoro. Significa standardizzare, cronometrare, ridurre tutto a efficienza. Un concetto abbastanza distante da quello di creare delle realtà su misura per il singolo individuo.
È un peccato non poter usare il verbo del “fare le cose su misura”. E sì che i tempi ormai sono maturi: nel 2025 è possibile fare moltissime cose su misura, laddove ancora poco tempo fa aveva dei costi improponibili.
Un tempo “su misura” voleva dire privilegio, lusso o eccezione: il vestito del sarto, la chitarra costruita a mano, la casa fatta con l’architetto. Il resto era standard, uguale per tutti.
Oggi, invece, la tecnologia ha ribaltato il tavolo. Le macchine sanno “vederti”: stampano in 3D un oggetto unico, analizzano il tuo corpo, il tuo suono, il tuo modo di muoverti. Il su misura non è più un privilegio, ma una possibilità diffusa.
Il rischio, però, è che diventi una personalizzazione automatica — un su misura generato da un algoritmo, senza una vera presenza umana, senza carattere, senza personalità. E allora il compito torna a noi: riportare dentro la tecnologia quella misura viva, quella cura che appartiene al gesto artigianale.
Tailorizzare, in questo senso, diventa quasi una parola di resistenza: fare su misura per il vivente, non per la macchina.
E alla fine, tailorizzare non è solo una parola nuova.
È un invito a non scegliere tra cuore e metodo.
A essere precisi, ma vivi.
A ricordarci che l’efficienza più grande è quella che non dimentica l’anima.
Perché “Rebel Rebel”
Abbiamo scelto questa canzone perché ricorda una cosa semplice ma dimenticata: siamo tutti diversi.
E proprio per questo, spesso, ci fidiamo del primo equilibrio che troviamo — anche se non è il nostro.
Un equilibrio falso, ereditato a volte quasi imposto dall’esterno, che ci tranquillizza ma è solo apparenza.
Ma “Rebel Rebel” serve a ricordarci che la calma vera non viene dal restare fermi, bensì dal riconoscersi in movimento, nel proprio modo di respirare, di scegliere, di essere vivi.




