Come sta la scena musicale a Roma? La premessa dovuta è che secondo noi la scena musicale di una grande città è un sistema.
In quanto sistema, principalmente la si valuta da quello che produce, il problema è che quello che produce spesso non è visibile, non è immediatamente comprensibile, anche perchè il reale valore delle cose è comunque un fatto culturale, e quindi, soggettivo.
Per spiegare nostra visione, racconteremo una storia: mettiamo di essere in una band, con il ruolo di cantante, non abbiamo mai avuto un vero microfono, per tanto tempo ci siamo avvantaggiati della strumentazione delle sale prove, ma abbiamo deciso che ci meritiamo un microfono nuovo, batteriologicamente puro (privo di umori di voci sconosciute). Avevamo in mente un negozio in una zona che avevamo frequentato per un pò di tempo, e dove eravamo entrati solo alcune volte, ma che ci aveva impressionato per la qualità esposta, che stava lì da quando avevamo memoria.
Torniamo sul luogo del delitto e cerchiamo… “sembra qui”, ma c’è una serranda abbassata e impolverata, guardando la serratura qualcosa ci dice che non sembra essere stata usata di recente, mentre stiamo cercando altri indizi, una signora esce dal portone del palazzo accanto. Chiediamo… non sa…. conferma, ma secondo lei sono andati via da qualche tempo.
Istintivamente pensiamo: “un pezzo della scena che se ne va”, e improvvisamente siamo portati a pensare: “la salute della scena musicale ne risentirà perché un negozio di strumenti che sta sulla piazza da tanto tempo, non è solo un punto vendita. È un luogo di esperienza. È il posto dove, se c’è coerenza, entri con un’idea vaga e ne esci con una direzione. Dove idealmente puoi parlare con qualcuno che non ti legge una scheda tecnica, ma ti guarda in faccia e capisce cosa stai cercando. Dove un microfono non è solo un oggetto, ma una scelta che ha a che fare con la tua voce, con il tuo modo di stare al mondo.
Quando spariscono posti gestiti da chi vive il suo ruolo, in modo professionale, non perdi solo una vetrina. Perdi una relazione. Perdi un confronto. Perdi una possibilità di orientamento. [che se poi ti sfugge… non tornerà mai più]
Chi possiede una parte di un indotto, senza professionalità, spesso non si rende conto di essere un nodo della rete. Ma quando (se è fortunato) si evolve e raggiunge un certo livello di professionalità, capisce anche che tutto si tiene. Che il musicista non esiste senza chi gli vende, gli ripara, gli consiglia, gli presta. Che il tecnico non esiste senza il locale. Che la scuola non esiste senza strumenti. E quindi che i nostri comportamenti nel micro — dove compriamo, come paghiamo, quanto valorizziamo il lavoro degli altri — si riflettono nel macro. Non solo per la scena, ma per la qualità della nostra vita.
Perché una città dove puoi entrare e parlare con qualcuno che sa di cosa stai parlando è una città viva. Una città dove clicchi soltanto è una città funzionale, ma non necessariamente fertile.
Raccontiamo questa storia per rinfrescare un’idea alla quale spesso non si pensa, perché non è frontale/immediata: la salute di un’indotto, la sua qualità e la sua grandezza sono elementi rivelatori della valenza dello scenario relativo che si è venuto a creare in un territorio. Non sono accessori. Sono indicatori strutturali.
Se l’indotto è ricco, competente, diffuso, significa che esiste una base attiva. Che circola energia. Che c’è domanda reale. Che c’è scambio. Se l’indotto si assottiglia, se i negozi chiudono, se i laboratori spariscono, se restano solo poche grandi superfici o solo piattaforme online, non è solo una questione economica. È un segnale sistemico. [E nel momento in cui pensiamo alla scena come a un qualcosa di vivo, diventa evidente che se ogni tanto tagli via un pezzo, inevitabilmente a un certo punto ci sarà un cedimento strutturale, o una mutazione definitiva]
Allora forse la risposta alla domanda “Come sta la scena musicale a Roma?” non va ricercata come si potrebbe pensare: “nel numero di nuovi musicisti che la città ha prodotto”, “nelle canzoni che sono emerse” ma anche per esempio nella salute dell’indotto, che da un certo punto di vista è maggiormente rivelatorio della situazione.
E forse la domanda da fare per valutare la scena è un’altra.
Come sta l’indotto?
Quanti negozi di dischi hanno chiuso in questi ultimi anni?
Quanti negozi di strumenti?
I liutai sono ancora vivi?
Le sale prova resistono?
Al momento di scrivere, uno scenario musicale, in che modo riflette i suoi effetti sul territorio?
Perché è lì, in quella infrastruttura silenziosa del territorio, che si misura la temperatura reale di una scena.
E forse da lì dovremo ripartire.
P.S. Questo articolo è dedicato ad un amico che una volta quando ha visto sfumare una promettente prospettiva legata a dei bonghi, ha detto: …e mò ‘ndo bongo? (-:
Nell’allestire l’articolo ci fanno notare che esiste un brano di Joe Strummer & The Mescaleros e allora abbiamo incluso lo youtube, ma non crediamo che il nostro amico volesse fare una citazione, ma al momento di scrivere, va bene così.




