Da sempre l’essere umano ha paura della solitudine.
Ma attenzione: qui non stiamo parlando dell’isolamento assoluto — viviamo comunque dentro una società, dentro una rete, quindi non è tanto l’essere soli il problema, ma essere soli in un contesto in cui la solitudine è percepita come uno svantaggio.
È lì che nasce la pressione.
Nel nostro passato quasi sempre c’è una famiglia, per convenzione, per abitudine, per cultura — e anche per la natura stessa dell’essere umano, orientata alla riproduzione — quasi tutti cerchiamo un partner per affrontare la realtà, una volta trovato, interrompiamo la ricerca.
Non necessariamente perché abbiamo trovato ciò che cercavamo davvero,
ma perché a un certo punto si decide.
Il tempo passa.
Ci sono limiti biologici.
E allora si entra nella logica del “mettere su famiglia”.
Chiariamo: non stiamo dicendo a nessuno di rompere i propri rapporti.
Sarebbe una semplificazione che non ci sogneremo mai di fare, e non ha nessun senso farla in un momento storico come questo, con un evidente inverno demografico.
Ma esiste un livello più sottile.
Ci sono dinamiche invisibili dentro certi rapporti,
che spesso non vengono individuate — o che è più precisamente non si vogliono individuare, allo scopo di mantenere inalterato lo stato delle cose.
E allora torniamo alla saggezza popolare:
“Meglio soli che male accompagnati.”
Frase semplice.
Quasi banale.
Ma la vita reale aggiunge un elemento fondamentale:
affrontare la realtà da soli è faticoso.
Ed è proprio qui che nasce il conflitto.
Allora proviamo un esperimento mentale, rivolgendoci a tutte/i:
Immagina di vivere in eterno…
Se il tempo non finisse…
se non ci fosse alcuna urgenza biologica…
se non esistesse la pressione del “prima o poi”…
sceglieresti comunque di stare in una “situazione umana” che in tutto o in parte, gradualmente ogni giorno sembra sottrarti qualcosa? [potrebbe interessarti anche un articolo sulla voglia di fare..]
Perché a quel punto diventa evidente:
essere male accompagnati, per sempre,
non è un compromesso.
È un errore strutturale.
Allora viene una domanda inevitabile.
Se ogni essere umano è unico,
quanti dei rapporti — di coppia, di lavoro, di società, familiari — sono davvero autentici e funzionanti?
Noi ci sentiamo di dire: una parte minima.
Perché, nella maggior parte dei casi, accade altro.
Ci si adatta.
Ci si sistema.
Ci si accontenta.
Ed è qui che entra un principio che vale la pena ricordare, espresso anche da Steve Jobs:
“Don’t settle.” [vai qui per rivedere il magico discorso alla Stanford University [ovviamente in inglese] e altre considerazioni]
Laddove questa frase va capita davvero.
“Settle” non è solo “accontentarsi” in senso generico.
È la parola che si usa quando si chiude un accordo:
quando, per far finire una trattativa, si trova un compromesso e si firma.
Funziona nel commercio.
Funziona negli affari.
E Steve Jobs ha ragione perché c’è un punto preciso in cui “Scendere a compromessi” smette di funzionare:
quando il “settling” lo fai “al ribasso” con te stesso.
Perché lì non stai chiudendo un accordo.
Stai abbassando la verità.
In altre parole:
non devi prenderti in giro.
Non devi illuderti.
Senza diventare distruttivo,
senza “Buttare via il bambino con l’acqua sporca”,
ma senza smettere di cercare.
Hai una sola possibilità per cercare ciò che veramente vuoi.
Che senso ha rinunciare?
P.S. Nella realtà dei fatti, non siamo mai soli, siamo sempre con noi stessi, per questo abbiamo usato a corredo di questo articolo la canzone di Olive, laddove la protagonista parla a qualcuno che non c’è e gli dice di non sentirsi solo, perché lei c’è anche se non è lì fisicamente, e in questo modo ci evidenzia che la solitudine è anche mentale.
La soluzione non è fuori.
È nella relazione con te stesso.
CODA: abbiamo parlato di solitudine e di rapporti umani, ma ci interessava evidenziare l’importanza dell’approccio mentale in rapporto al desiderio. Avremmo potuto parlare di qualsiasi altro “oggetto del desiderio”, abbiamo scelto di usare il più diretto.




