Risentiamo “Yes It’s Fucking Political” degli Skunk Anansie, e ci torna alla mente un nostro vecchio amico che ci ha ripetuto, attraverso il tempo e fino alla nausea, che quelli che fanno politica nella musica sbagliano.
Ma al tempo stesso abbiamo per esempio Skin degli Skunk Anansie che, in “Yes It’s Fucking Political”, prima traccia di Stoosh del 1996, ripete:
“Everything’s political.”
Per non parlare di tutti quei gruppi e artisti per i quali la militanza politica è diventata parte integrante della proposta musicale.
Dal folk di protesta al punk, dal reggae all’hip-hop, esistono intere tradizioni nelle quali musica, denuncia sociale e appartenenza politica si sono continuamente intrecciate.
E naturalmente, quando intorno a determinate idee si forma una comunità, si forma anche un pubblico e quindi, inevitabilmente, un mercato.
Questo non significa che la militanza sia falsa o costruita a tavolino: significa semplicemente che anche un’identità politica può diventare parte dell’ispirazione e quindi del posizionamento di un artista.
E poi c’è Bob Marley, che apparentemente complica ancora di più le cose. In alcune riprese del 1973 dice: «Everything is political if you think of it as political», ma subito dopo precisa che non sarà mai un politico e che non pensa politicamente: lui si occupa della vita e della natura.
Come stanno le cose?
Secondo noi, a volte ci facciamo trascinare da una nostra particolare sensibilità che ci porta a piegare la realtà nella direzione che, per qualche motivo, ci torna meglio.
Per esempio, chi ha vissuto determinati anni in Italia può aver maturato l’idea che la politica nella musica sia soprattutto un pericolo: qualcosa capace di mettere a rischio anni di studio, lavoro e costruzione personale.
Ma qualcun altro, vivendo esattamente gli stessi anni e attraversando le stesse tensioni, può aver maturato la convinzione opposta: che proprio la musica fosse uno degli strumenti attraverso cui prendere posizione e fare politica.
È comprensibile.
Ma noi, come dice Nanni Moretti, sappiamo che le parole sono importanti.
E allora partiamo proprio dalla parola.
Che significa, effettivamente, politica?
Politica viene dal greco e significa, in sostanza, “le cose che riguardano la polis”.
La polis è la città, la comunità dei cittadini. “Politico”, quindi, all’origine indica ciò che riguarda i cittadini, la vita pubblica, la comunità, gli affari della città.
Solo successivamente il termine assume anche il significato più ristretto con cui tendiamo a identificarlo oggi: partiti, parlamenti, elezioni, destra, sinistra.
All’origine il concetto è molto più largo.
Riguarda il vivere insieme.
Ed eccola, la parola magica: comunità.
Perché basta rimetterla al centro per accorgersi che la politica non è necessariamente qualcosa che fanno altri in qualche palazzo. È qualcosa che può riguardarci direttamente, nel bene e nel male, semplicemente perché apparteniamo a una comunità.
Skin sembra spezzare una lancia proprio in questa direzione.
La politica non coincide soltanto con partiti, elezioni o governi: attraversa identità, rapporti sociali, musica, cultura, scelte quotidiane e persino la decisione di non prendere posizione.
E allora bisogna farsi una domanda:
è davvero possibile compiere un’azione che non abbia, direttamente o indirettamente, una dimensione legata alla comunità e quindi, almeno in parte, una dimensione politica?
Portando fino in fondo il ragionamento di Skin, si arriva quasi a un paradosso:
se tutto è politica, niente è politica.
Nel senso che, se la dimensione politica attraversa praticamente ogni comportamento umano, diventa difficile continuare a trattare “la politica” come un territorio completamente separato dalla vita.
E qui arriviamo a un altro problema.
Destra e sinistra.
Dire che “la sinistra non esiste” o che “la destra non esiste”, soprattutto considerando gli ultimi due secoli di storia, sarebbe facilmente contestabile.
Esistono partiti, tradizioni, elettorati, culture e idee che continuano concretamente a riconoscersi nella destra e nella sinistra.
La domanda interessante, nel 2026, è un’altra:
quanto riescono ancora queste due categorie a descrivere ciò che realmente siamo?
Una persona può sostenere una posizione tradizionalmente considerata di sinistra in un campo e una considerata di destra in un altro.
Può essere economicamente liberale e socialmente progressista. Può chiedere l’intervento dello Stato su una questione e rivendicare la massima libertà individuale su un’altra.
Persino i partiti contemporanei possono combinare elementi che, storicamente, sarebbero appartenuti a famiglie politiche differenti.
Forse, quindi, non sono scomparse la destra e la sinistra.
È diventato insufficiente pensare che un essere umano debba stare interamente dentro una delle due.
Perché nel momento in cui adottiamo automaticamente l’etichetta — sono di destra, quindi devo pensare X; sono di sinistra, quindi devo pensare Y — succede qualcosa di particolare:
lo schema comincia a pensare al posto nostro.
E allora non torniamo ancora una volta a uno degli elementi di un pensiero evoluto?
La presenza.
Quella cosa molto più faticosa che idealmente, davanti alle questioni, ci induce a fermarci e domandarci:
io, su questa cosa, che cosa penso veramente?
Forse nel 2026 è arrivato il momento di smettere di delegare la nostra complessità a un’etichetta.
E se davvero everything’s political, forse è arrivato il momento di smettere di essere politici
e cominciare a pensare.

