Torniamo da Ostia, dal mare, e possiamo vicino al vecchio Drive In.
All’epoca era una cosa notevole non era semplicemente uno dei drive-in italiani. L’Archivio Centrale dello Stato lo identifica come il primo drive-in realizzato in Italia, inaugurato il 29 agosto 1957. Aveva circa 700 posti auto e lo schermo in cemento di 540 m² era il più grande schermo da drive-in d’Europa. >>>
E ci siamo ricordati di un periodo dove siamo andati più spesso al mare, crediamo fossero gli anni Ottanta, e per un lunghissimo periodo al metro drive-in, c’è stato fisso nella programmazione lo stesso film: “L’ultima corvè”.
Il film racconta il viaggio di tre militari: due guardie e un condannato. Il condannato, Meadows, è un giovane marinaio inesperto del mondo. Le due guardie, mosse a compassione per la sproporzione della condanna che lo attende, durante il viaggio cercano di fargli conoscere un po’ di quella vita che sta per essergli sottratta, prima dei suoi otto anni di carcere.
A un certo punto i tre finiscono a una riunione di buddhisti, dove il giovane condannato viene introdotto a un mantra. E Meadows continua effettivamente a recitarlo anche più avanti nel film:
Nam-myoho-renge-kyo…
Nam-myoho-renge-kyo…
Nam-myoho-renge-kyo…
Evidentemente sia il protagonista, sia naturalmente il regista, attribuiscono a questo mantra una certa importanza.
Allora indaghiamo e apprendiamo che l’idea presentata al giovane condannato nel film sembra adattarsi perfettamente alla sua condizione: recitando quel mantra, l’individuo non chiede tanto a qualcuno, dall’esterno, di salvarlo, quanto di far emergere una forza che è già dentro di sé.
Nel buddhismo di Nichiren, Myoho-renge-kyo è il titolo giapponese del Sutra del Loto, mentre Nam esprime l’idea del dedicarsi, del rivolgere la propria devozione. La recitazione di Nam-myoho-renge-kyo, chiamata daimoku, costituisce una pratica centrale di questa tradizione. >>>
Per Meadows questo assume un significato particolarmente forte: non gli promettono necessariamente di eliminare il carcere che lo aspetta; gli propongono uno strumento con cui cambiare il suo modo di affrontare ciò che gli sta accadendo.
Un grande messaggio.
Ma a questo punto ci siamo chiesti: al di là della fede, il semplice atto di ripetere ritmicamente un mantra produce realmente qualcosa nella mente e nel corpo?
Allora riprendiamo a indagare e scopriamo una cosa interessante: qualche effetto sembra esserci.
La ricerca sulla recitazione ritmica e sulla meditazione basata sui mantra ha osservato effetti sulla respirazione e su alcuni meccanismi fisiologici collegati alla sua regolazione; altri studi suggeriscono possibili effetti su stress e ansia, anche se la ricerca non è tale da permettere conclusioni miracolistiche. >>>
E in fondo non è così difficile intuire perché.
Ripetere una sequenza sonora significa dare alla mente qualcosa su cui concentrare l’attenzione. Se la ripetizione assume un ritmo regolare, può coinvolgere anche il respiro e sottrarre almeno temporaneamente spazio al continuo susseguirsi dei pensieri.
E qui bisogna fare una distinzione che a noi interessa particolarmente:
una cosa è il contenuto del mantra, un’altra è il meccanismo del mantra.
Possiamo credere oppure no che Nam-myoho-renge-kyo possieda un particolare potere spirituale. Questo appartiene alla fede e alla tradizione buddhista.
Ma possiamo contemporaneamente domandarci se l’atto stesso di ripetere ritmicamente una sequenza di parole possa produrre qualcosa nel sistema che la sta ripetendo.
E sembra proprio che qualcosa possa produrlo.
Forse è anche per questo che, dopo tanti anni, di quel film ci è rimasta impressa proprio quella scena e quella strana sequenza di parole:
Nam-myoho-renge-kyo…
Nam-myoho-renge-kyo…
Nam-myoho-renge-kyo…

