A volte ci può capitare di fare le cose in modo approssimativo, come si dice a “tirare via”, o a “CDC”, o come direbbe un vecchio amico cercando di sdrammatizzare: “a pe_e di bulldog”, a “pise__o di dobermann”, cioè “a cazzo di cane”, ma quando ci pensiamo realizziamo che questa è una modalità che non deve essere necessariamente demonizzata.
È comunque una capacità del fare.
Molti di quelli che la criticano dimenticano quanto possa essere difficile fare il primo passo, anche quando non si è pronti.
Nello spiegare questo punto di vista, che può sembrare fortemente contraddittorio, facciamo una premessa.
Nel momento in cui ci rivolgiamo al pubblico, il pubblico propriamente detto, la cosiddetta massa, di fatto non è identificabile in qualcosa di specifico, perché nel momento in cui la identifichi improvvisamente non è più pubblico: è di già qualcuno che guarda le cose da un punto di vista preciso.
Quando senti di voler entrare in contatto con il pubblico, con chi idealmente non ci conosce ancora, non ha una posizione definita, non si riconosce in una particolare etichetta, non segue necessariamente una guida, non sa che cosa aspettarsi e sta semplicemente cercando qualcosa, l’esperienza è probabilmente una delle poche chiavi di lettura spendibili.
L’esperienza è una chiave di lettura particolare perché non impone una soluzione. Racconta ciò che è accaduto, ciò che è stato osservato, ciò che ha funzionato oppure no. Sarà poi il lettore a decidere se farne tesoro, ignorarlo o adattarlo alla propria situazione.
In questo senso l’esperienza non indica necessariamente una strada da percorrere, ma dimostra che una strada esiste.
Il fare, e il fare anche in modo approssimativo, è importante perché è importante agire.
Per molti individui il primo passo consiste semplicemente nel capire che si può intervenire nella realtà.
Che si può provare.
Che si può sbagliare.
Che fortunatamente si può riprovare.
Ma “fare per fare” è altrettanto sbagliato.
Muoversi senza criterio porta facilmente alla rovina.
È importante fare con uno scopo, con un’idea, con una direzione, perché solo così si mettono realmente alla prova le proprie conoscenze e si può imparare osservando ciò che accade.
In molti casi esiste anche un’urgenza.
Ed è proprio in queste situazioni che la capacità di fare le cose anche in modo approssimativo può trasformarsi in un valore aggiunto.
Perché tra il fare qualcosa di imperfetto e non fare nulla esiste una differenza enorme.
Il fare approssimativo, se concepito nel modo giusto, può diventare un fare esplorativo.
Ci si rende conto che esiste la necessità di agire, ma allo stesso tempo si comprende che non ci si può perdere nel perfezionismo.
Molte volte non è il risultato finale che stiamo cercando.
Stiamo cercando informazioni.
Stiamo cercando esperienza.
Stiamo cercando di capire cosa succede quando interveniamo sulla realtà.
E per ottenere queste risposte, spesso, bisogna avere il coraggio di iniziare anche quando non si è pronti.
È anche per questo che la sezione dedicata al pubblico ha cambiato nome.
In passato si chiamava “Testimonial”.
Oggi preferiamo chiamarla “Experience”.
Perché il pubblico non è soltanto qualcosa da osservare o da convincere.
Il pubblico può fare qualcosa per la scena, perché la scena, in fondo, è fatta da tutti noi.
Può farci capire ciò che sta vivendo, ciò che ha vissuto.
Può trasmettere e condividere la propria esperienza.
Può contribuire con punti di vista che altrimenti andrebbero persi.
In fondo, anche questa è una forma di azione.
E inevitabilmente, quasi sempre, è proprio dall’esperienza diretta che arrivano le informazioni più preziose.
La musica fa parte dell’esperienza. riprendi a leggere


