Il faraone Cheope è forse l’essere umano che ha lasciato un segno con il quale la competizione, al momento di scrivere, è difficilmente praticabile.
La Grande Piramide, con i suoi milioni di metri cubi di pietra, una delle opere più straordinarie della storia umana, a distanza di circa 4.500 anni è ancora riconoscibile perfino dalle immagini satellitari.
Cosa ha spinto un individuo che potenzialmente possedeva di già tutto, dotato di un potere enorme, di vita e di morte sulle moltitudini, il cui interesse principale era probabilmente sé stesso e il proprio destino, in un periodo senza democrazia e senza alcuna idea moderna di bene comune, a dedicarsi a un progetto che molto probabilmente non avrebbe mai visto completato?
Non sembra che il faraone stesse lavorando per la collettività.
Ma allora qual è il senso di un progetto così impegnativo?
Noi pensiamo che in fondo Cheope stesse seguendo un riflesso che appartiene alla vita stessa.
Ha fatto ciò che ha fatto perché è stato capace di credere in qualcosa che continuava oltre la propria esistenza terrena, in qualcosa che sarebbe venuto dopo.
Non sapeva che cosa fosse.
Forse pensava all’immortalità, agli dèi, al proprio regno o al proprio nome.
Ma il punto è un altro.
Per costruire qualcosa di veramente grande, spesso bisogna riuscire a credere in un futuro che non si vedrà mai completamente con i propri occhi.
E possiamo dire senza tema di essere smentiti che le opere più grandi nascono quando l’essere umano smette di vivere soltanto per l’oggi.
Infatti, molti grandi costruttori non lavorano per sé stessi nel presente.
Lavorano per qualcosa che li supera.
Per alcuni sono i figli, gli eredi, la comunità, la civiltà.
Per altri la conoscenza, la scienza, la scoperta.
per altri ancora l’arte, Dio, la patria, la propria memoria futura.
E qui vediamo come il tema della missione torni nuovamente, nel micro come nel macro.
Le opere che attraversano il tempo nascono spesso da individui capaci di investire energie in qualcosa che li supera e che continuerà a esistere dopo di loro.
Non sappiamo se abbiano creduto in noi posteri.
Sappiamo però che hanno creduto nel Futuro.
E se oggi possiamo ancora vedere la Grande Piramide, attraversare una cattedrale medievale o contemplare la Torre di Gesù Cristo della Sagrada Família, è perché qualcuno, molto tempo fa, ha deciso di lavorare per un tempo che non avrebbe mai vissuto.
Forse è per questo che, in un certo senso, gli dobbiamo qualcosa.
E forse è per questo che dovremmo lasciare un segno a chi verrà dopo di noi.
CODA
Cambierebbe qualcosa nelle nostre scelte se pensassimo che noi siamo un futuro in cui qualcuno, prima di noi, ha creduto?
E se iniziassimo a ragionare come costruttori di ponti verso il futuro?
P.S. In quanti sanno che “Pontefice Massimo” (Pontifex Maximus) era uno dei titoli degli imperatori romani?
Il termine pontefice significa letteralmente “costruttore di ponti”. Forse non è un caso che una delle immagini più antiche del potere sia proprio quella di chi riesce a creare collegamenti tra mondi diversi, tra persone diverse e, talvolta, perfino tra epoche diverse.
La musica fa parte dell’esperienza. riprendi a leggere


