Cosa sono i Musicotropi?
Sono individui che utilizzano la musica per orientare il proprio stato interno.
Oggi questa pratica possiamo quasi darla per acquisita, soprattutto tra i giovani, anche se spesso viene vissuta senza piena consapevolezza.
Molti non pensano esplicitamente di usare la musica per orientare il proprio stato interno.
Eppure lo fanno continuamente.
A nostro modo di vedere la pratica di utilizzare la musica per orientare il proprio stato interno assume un valore particolare per quelli nati tra la fine degli anni ’50 e la fine degli anni ’80: una generazione in qualche modo pionieristica, che ha vissuto in prima persona il fenomeno “popular music” [che ricordiamo noi intendiamo anche come: “Musica che è largamente diffusa tra la Popolazione“, o “Musica che entra in risonanza con lo stato collettivo della popolazione.”] prima che fosse completamente codificato.
E proprio per questo, forse più di altri, ha potuto viverlo in modo reale, diretto, non ancora pienamente mediato da produttori nascosti, da dinamiche industriali perfezionate dalle Major, da algoritmi, da “strategie di engagement”.
Queste generazioni sono tra le prime ad aver vissuto la musica:
non solo come intrattenimento,
non solo come rito sociale,
ma come tecnologia emotiva permanente.
Cioè:
la musica come sostanza regolatrice della coscienza.
Naturalmente la musica esisteva anche prima:
rituale, religiosa, classica, opera, popolare, folk, jazz.
Ma spesso era:
localizzata,
occasionale,
collettiva,
limitata tecnicamente.
Queste generazioni invece si avvantaggiano della riproducibilità tecnica:
radio di massa,
televisione,
vinile,
cassette,
walkman,
hi-fi,
concerti rock di massa,
cultura giovanile globale,
identità musicali permanenti legate ai vari generi e alle loro tematiche.
Ed è qui che succede qualcosa di nuovo.
La musica entra nella vita quotidiana come regolatore interno continuo.
Non più soltanto:
“ascolto musica”
ma, spesso anche a livello inconscio:
“uso la musica per entrare in una mia dimensione”.
Abbiamo già toccato parzialmente questo argomento in “Usiamo le canzoni per ritrovare l’assetto?”, dove ci siamo chiesti:
“…se non siamo credenti?
Anzi, se siamo impenitenti miscredenti?
Possiamo usare le canzoni per ritrovare la centratura?
Possiamo usarle non come intrattenimento, ma come gesto quotidiano di riallineamento?”
E qui, in qualche modo, proseguiamo proprio su quella linea.
Perché la musica entra nella vita quotidiana in un modo quasi alchemico:
cambia stato mentale,
cambia percezione del tempo,
cambia energia,
cambia identità,
cambia postura,
cambia memoria,
cambia ritmo interno.
E forse questa generazione pionieristica è davvero la prima ad aver costruito identità profonde tramite musica riproducibile, utilizzando artisti come guide esistenziali e sincronizzando la propria crescita psicologica con album, movimenti e sottoculture.
Da qui:
Beatles,
Pink Floyd,
Bowie,
soul,
funky,
disco,
punk,
metal,
elettronica,
reggae,
hip hop,
tekno,
drum & bass…
non solo come generi,
ma come strumenti di trasformazione della Macchina Vivente.
Oggi tutto questo viene dato per scontato, ma storicamente è una rivoluzione gigantesca, perché per la prima volta milioni di persone hanno avuto accesso continuo a veri e propri:
“modificatori portatili dello stato interiore”.
Ma come tutte le cose, esiste anche un limite nell’usare la musica come strumento regolatore.
Perché ogni genere musicale porta con sé:
una certa epoca,
una certa tensione storica,
certi desideri,
certi ritmi sociali,
certe tecnologie,
certi stati mentali collettivi.
E fintanto che esiste la vita, tutto questo inevitabilmente cambia.
Esiste quindi il rischio che l’individuo continui a vivere interiormente dentro uno spazio-tempo emotivo ormai concluso.
Forse il rimedio, se esiste, è questo:
mantenere viva la capacità di entrare in risonanza con ciò che sta accadendo adesso.
Anche senza approvare tutto.
Anche senza “diventare giovani”.
Anche senza tradire il proprio passato, che se aveva un senso continuerà probabilmente ad avere una sua propagazione.
Perché forse la vera vitalità non consiste nel restare identici a se stessi,
ma nel continuare a percepire il movimento del mondo senza perdere il proprio centro.
La musica fa parte dell’esperienza. riprendi a leggere
CODA
Dato che la redazione ha inventato il termine Musicotropo per descrivere un fenomeno, integriamo la pubblicazione con i seguenti dati:
Musicotropo
Analisi
- Musico- = legato alla musica.
- -tropo (dal greco trépō: “volgere”, “dirigere”, “attrarre”).
Significato
“che si orienta verso la musica”,
“che è attratto dalla musica”,
“che si muove o si nutre di musica”.
Definizione
Musicotropo (agg./sost.) — Si dice di un individuo che trova nella musica un orientamento vitale; che ne fa bussola, nutrimento o via di trasformazione.
È un orientamento della mente.
È una condizione dell’essere.
Tutti, in qualche misura, lo sono.
Pochi se ne accorgono.
Il musicotropo attivo usa la musica:
- per orientarsi,
- per ricordare chi è,
- per mantenere il ritmo interno del sistema vivente.


