La traduzione dell’inizio della Marsigliese, l’inno nazionale francese, «Allons enfants de la Patrie», è universalmente resa come «Avanti, figli della Patria».
La parola enfants, presa isolatamente, può indicare anche i bambini. In quel verso, naturalmente, indica i figli della Patria, i cittadini.
Ma prendiamo in prestito per un momento questa ambiguità, perché ci permette di parlare della Francia e dei più giovani.
Recentemente Emmanuel Macron ha sostenuto il divieto di accesso ai social per i minori di 15 anni.
Il Parlamento francese lo aveva approvato e l’entrata in vigore era prevista per il 1° settembre 2026, ma ad agosto parte del provvedimento è stato fermato.
Il presidente Macron però non ha mollato: contemporaneamente ha chiesto alla Commissione europea di valutare un divieto sotto i 15 anni valido nell’Unione Europea. Per ora, quindi, la questione rimane aperta.
Se andiamo dall’altra parte del mondo, vediamo invece che in Australia non è più un progetto: è legge ed è in vigore dal 10 dicembre 2025.
Le piattaforme interessate devono prendere misure ragionevoli per impedire agli australiani sotto i 16 anni di creare o mantenere un account. La restrizione riguarda, tra gli altri, Facebook, Instagram, TikTok, Snapchat, X, Reddit e YouTube. Non vengono puniti i ragazzi o i genitori: la responsabilità ricade sulle piattaforme.
Ma un under 16 può comunque continuare a vedere i contenuti pubblicamente accessibili senza avere un account. La restrizione, quindi, non impedisce completamente l’accesso ai contenuti presenti sui social.
E anche per quanto riguarda la vera e propria presenza sui social abbiamo qualche dubbio.
Come dice il vecchio proverbio, «fatta la legge, trovato l’inganno». Quando vietiamo qualcosa automaticamente contribuiamo anche a conferirgli un valore particolare, e probabilmente ci sarà sempre qualcuno che proverà ad aggirare il blocco, magari anche soltanto per il gusto di sfidare il sistema.
È possibile quindi che provvedimenti di questo genere abbiano anche una componente dimostrativa: l’autorità deve in qualche modo mostrare di essere intervenuta.
Ma questo non significa che il problema che stanno cercando di affrontare non esista.
Anzi.
Il social non è una categoria di contenuto. È un contenitore potenzialmente universale.
Un genitore può decidere: questo film no, questo videogioco sì, pornografia no, quel libro sì, quel programma televisivo no. Sta giudicando degli oggetti relativamente delimitati.
Nel social, invece, una persona si consegna a un flusso che non conosce in anticipo: politica estrema, sessualità, violenza, modelli estetici, propaganda, pubblicità, complottismo, informazione eccellente, disinformazione, persone meravigliose, deficienti, scienza, truffe, cultura, odio, ironia.
E soprattutto l’utente non decide completamente che cosa incontrerà: una parte gliela propongono gli algoritmi.
La verità è che il problema non è soltanto proteggere un giovane da determinati contenuti.
È, in qualche modo, proteggere tutti.
Certo, per chi si sta ancora formando il problema diventa particolarmente importante. Ma forse dovremmo porci una domanda più generale:
quando una persona possiede strumenti sufficienti per entrare in un ambiente nel quale può incontrare praticamente qualsiasi contenuto?
Forse, prima di essere esposti a tutto, bisogna aver avuto il tempo di costruire almeno qualche strumento con cui giudicare ciò a cui si viene esposti.




