Stavamo facendo zapping e, notando il numero di nuovi canali digitali esistenti sulla TV, ci siamo imbattuti in una TV del nostro territorio e lì abbiamo sentito alcuni discorsi sulla: “cultura che nasce dalle trasmissioni televisive” che ci sono sembrati quantomeno tendenziosi. Senza coinvolgere nessuno in un ragionamento ipercritico, diciamo semplicemente che chi parlava sembrava tirare acqua al proprio mulino.
Comunque, ancora una volta, ci siamo resi conto che molti hanno buon gioco nel portare avanti le proprie idee alimentando la confusione che regna sovrana. E allora oggi ci interessa fare un ragionamento empirico, ma con i piedi per terra.
Come può nascere una scena culturale?
Proviamo a partire dall’inizio. Immaginiamo una persona, magari molto giovane, che senta di avere qualcosa da dire e abbia dalla sua, almeno inizialmente, soprattutto la voglia di fare. Naturalmente non vive nel vuoto: conosce musica, immagini, storie, linguaggi e forme culturali che esistono già e può riconoscersi in alcuni di essi, rifiutarli, modificarli o mescolarli. Ma immaginiamo che intorno a lei non esista già una scena culturale alla quale aggregarsi e che possa indicarle una strada.
La sua spinta “a fare” la diamo per scontata: diciamo semplicemente che esiste, perché senza di quella non comincia niente.
Poi serve la capacità di trasformare quello che si ha dentro in qualcosa che possa essere percepito dagli altri. Si può imparare a suonare, a cantare, a recitare, a scrivere, a raccontare, a far ridere, a usare il proprio corpo. Qui potremmo aprire un enorme discorso sul talento, sullo studio, sulla tecnica e sull’esperienza, ma per il momento lo lasciamo da parte.
Diciamo semplicemente che questa persona, in qualche modo, abbia trovato una forma per esprimersi.
A questo punto, però, succede una cosa molto concreta.
Gli serve un posto.
Perché serve un posto nel territorio, piuttosto che una televisione sul territorio?
Una televisione ha indubbiamente dei vantaggi. Può raggiungere contemporaneamente moltissime persone, può conservare ciò che viene prodotto, può far conoscere un artista molto oltre il luogo nel quale vive. Ma tra chi produce e chi riceve esiste una distanza.
In un locale accade qualcosa di diverso. Chi si esibisce vede immediatamente la reazione delle persone che ha davanti. Capisce se stanno ascoltando, se si stanno annoiando, se ridono, se ballano, se rimangono immobili, se qualcosa funziona oppure no. E anche il pubblico percepisce chi ha davanti senza la mediazione di uno schermo.
Il feedback non arriva dopo: entra direttamente nella costruzione di quello che sta accadendo.
E soprattutto quelle persone sono nello stesso territorio. Possono incontrarsi di nuovo, conoscersi, collaborare, formare un gruppo, organizzare un’altra serata, raccontare ad altri quello che hanno visto.
un mezzo di comunicazione può creare un pubblico; uno spazio fisico può contribuire a creare una scena.
Ed è questo il motivo fondamentale per il quale, a nostro avviso, la presenza di uno spazio nel quale sia possibile fare qualcosa davanti agli altri, verificarne immediatamente gli effetti e capire meglio ciò che si sta facendo è un elemento fondamentale. Uno di quelli che, parafrasando Orwell, potremmo definire “più uguali degli altri”.
In qualche modo abbiamo già cominciato a parlare dei locali. Con questo intervento vorremmo però essere più precisi.
Oggi proveremo ad analizzare quali caratteristiche deve avere un locale perché possa contribuire realmente alla nascita e allo sviluppo di una scena culturale.
Come prima cosa parleremo di impostazione, perché una buona impostazione è tale anche quando, in prospettiva, può portarti molto più lontano di quanto avevi immaginato. E parleremo nuovamente del CBGB di New York.
Qual era la marcia in più di questo locale, che contribuì realmente alla formazione di una scena dalla quale sarebbero emerse numerose realtà?
Secondo noi una possibile risposta risiede in una scelta molto semplice del fondatore Hilly Kristal, particolarmente adatta allo spaziotempo nel quale si trovava ad agire. Kristal raccontò che, già nel primo anno, era determinato a programmare musicisti che suonassero la propria musica invece di copiare quella degli altri. E sintetizzò il suo criterio in maniera ancora più netta: prima l’originalità, poi la tecnica.
Una regola del genere produce una selezione quasi automaticamente.
Se per salire su quel palco devi portare qualcosa di tuo, chi vuole limitarsi a riprodurre ciò che è già affermato trova meno spazio. Al contrario, chi sta cercando un proprio linguaggio, anche se ancora imperfetto, trova improvvisamente un posto nel quale provarlo davanti a un pubblico.
Ma la selezione riguarda anche chi sta sotto il palco. Se sai che in quel locale troverai prevalentemente musica che non hai già ascoltato altrove, tenderai ad andarci proprio se sei interessato alla scoperta. Il locale finisce così per mettere nello stesso posto persone che stanno cercando di produrre qualcosa di nuovo e persone disposte ad ascoltare qualcosa che ancora non conoscono.
Ed è probabilmente questo uno dei passaggi fondamentali attraverso i quali può nascere una scena: non basta avere gli artisti. Bisogna riuscire a farli incontrare con il pubblico adatto a loro.
Nel caso del CBGB sappiamo che il meccanismo produsse risultati notevoli: Television, Ramones, Patti Smith Group, Talking Heads, Blondie e altri furono parte della scena sviluppatasi intorno al locale.
Oggi “solo musica originale” potrebbe non bastare più come filtro, perché sono cambiate la produzione, la distribuzione e le modalità di accesso alla musica.
Ma la cosa ancora valida è il principio: un locale non produce una scena soltanto mettendo a disposizione un palco. Può contribuire a produrla scegliendo le condizioni attraverso le quali qualcuno può salirci.
Perché esista una scena culturale serve uno spazio, ma non basta che quello spazio esista: deve essere pensato in modo da generare possibilità.
E ancora una volta la risposta sembra essere sempre la stessa: serve avere una visione.
CODA: Secondo noi, nel momento in cui dai spazio a qualcosa, semplicemente per il fatto di renderlo possibile e visibile, puoi contribuire a creare anche un mercato. Perché permetti a un pubblico che magari ancora non sa di esistere di incontrare qualcosa che magari ancora non sa di avere un pubblico.
P.S.: Prima della realtà vengono i sogni. Ma perché i sogni diventino realtà, da qualche parte bisogna dare loro spazio.




