Anni fa avevamo una compagna di classe che abitava abbastanza distante dalla scuola che frequentavamo entrambi.
La chiameremo Fromma, come nome coperto dalla privacy.
Un giorno, finite le lezioni, passiamo del tempo con lei. Già in classe era venuto fuori che aveva del tempo che non sapeva come passare e, poiché una certa libertà d’azione era nelle nostre corde, le avevamo detto che gli avremmo fatto compagnia nell’attesa.
Ci conoscevamo già, ma comunque tutto sommato superficialmente.
Purtroppo, in quello spazio di tempo apprendiamo che aveva un problema di salute e, in qualche modo, il discorso finisce sulla religione.
La religione non è mai stata nelle nostre corde e, all’epoca, al sentire parlare di Dio ci sembra di ricordare che non reagimmo particolarmente bene [anche perché intuitivamente capivamo la vera misura del suo malessere].
Ma Fromma ci disse una cosa che, in qualche modo, ha continuato a risuonare e alla quale non riuscimmo a dare argomenti convincenti.
Disse qualcosa come:
“Ma quando non vedi vie di uscita, quando non vedi strade percorribili, quando non hai nessuno che ti può aiutare, a chi ti rivolgi?” [che noi abbiamo interpretato come “se non hai Dio, come fai?”]
Non ricordiamo esattamente cosa rispondemmo.
Essendo giovani miscredenti, probabilmente dicemmo qualcosa di simile al fatto che credere in Dio fosse un meccanismo “non valido”.
Oggi ci rendiamo conto che era sbagliato liquidare quella necessità in quel modo.
A partire dal fatto che, se Fromma aveva problemi di salute, non era portata a credere in sé stessa più di tanto, perché la sua stessa Macchina Vivente le stava dando segnali inquietanti.
Oggi, tornando col pensiero a quei momenti abbiamo pensato che in determinate condizioni è normale cercare di accendere la speranza in qualcosa di superiore, semplicemente per non soccombere alla pressione della realtà contingente, per non ripiegarsi su se stessi.
E poi ci siamo chiesti:
come avrebbero fatto nell’antica Roma?
Se fossimo stati romani, e non cristiani, a chi ci saremmo rivolti?
Tra le figure più curiose della tradizione romana c’è la ninfa Egeria.
Le fonti antiche raccontano che fosse la consigliera del re Numa Pompilio, considerato dalla tradizione il secondo re di Roma.
Secondo il racconto, Numa si recava periodicamente in un bosco sacro per incontrarla e ricevere consigli riguardo alle leggi, ai riti e all’organizzazione della comunità.
Non sapremo mai quanto di tutto questo appartenga alla storia e quanto al mito.
Quello che sappiamo è che gli antichi romani consideravano Egeria una fonte di saggezza e di orientamento.
La sua figura è particolarmente interessante perché non appare come una dea della guerra, della forza o della ricchezza.
Non promette vittorie militari, né tesori, né potere.
Offre invece qualcosa di diverso:
Consiglio.
Da questo punto di vista, Egeria può essere letta come una rappresentazione simbolica di una necessità molto umana.
Quando la realtà diventa troppo pesante, quando non vediamo una soluzione immediata, quando la paura o il dolore rischiano di schiacciarci, abbiamo bisogno di qualcosa che ci permetta di non perdere completamente l’orientamento.
Per alcuni quel qualcosa si chiama Dio.
Per altri si chiama filosofia.
Per altri ancora si chiama amico, maestro, famiglia, coscienza, disciplina o esperienza.
Gli antichi romani, forse, avevano dato a quel bisogno il nome di Egeria.
Delle divinità possiamo discutere.
Del bisogno umano che le ha generate, molto meno.

CODA
Nel 1948 viene fondata l’azienda “Acqua Santa di Roma S.r.l.” e infatti, ha sempre il nome associato all’Acqua Egeria è proprio “Acqua Santa”.
A noi non stupisce tanto che nel III millennio si possa ancora comprare una bottiglia d’acqua che porta il nome di una ninfa dell’antica Roma.
E neppure che questo accada proprio nella città del Papa.
Quello che ci incuriosisce è che da secoli quella sorgente viene associata all’Acqua Santa.
E allora viene da chiedersi:
come ha fatto una ninfa pagana ad arrivare fin qui?
Naturalmente Egeria non è mai diventata una santa cristiana.
Eppure il suo nome è sopravvissuto a imperatori, invasioni, papi, guerre e cambiamenti di religione.
Ci sono anche altre tracce che lì c’è qualcosa, perché tra il 1700 e il 1800 il ninfeo di Egeria diventa meta obbligata per i giovani viaggiatori dell’aristocrazia europea: Chateaubriand, Verri, Goethe, Andersen, Piranesi ne lasciano descrizioni e disegni. www.egeria.it/storia….
Alcune tracce sono più resistenti di quanto immaginiamo.
P.S. Quando una cultura eredita qualcosa dalla cultura precedente, è conservazione o appropriazione?
La musica fa parte dell’esperienza. riprendi a leggere





