Oggi siamo passati vicino a un monumento, quello che vedete nell’illustrazione.
Ma quanto è moderno questo monumento? Non sarà per caso di origine fascista?
Per la pietra utilizzata e per le forme essenziali sembrerebbe proprio di sì. Ma in realtà è una tomba: il Sepolcro di Marco Virgilio Eurisace, presso Porta Maggiore, a Roma, risalente addirittura al 30-20 a.C.
E questo, innanzitutto, ci parla di design, che quando è fatto bene supera le barriere del tempo.
Ma perché ci sono degli oblò su un sepolcro?
E qui la struttura ci parla anche di comunicazione, perché il nostro Marco Virgilio era un panettiere e, secondo l’interpretazione archeologica prevalente, le cavità circolari del monumento rappresentano le impastatrici utilizzate nella panificazione romana.
Secondo un’altra interpretazione, invece, rappresenterebbero i forni che Eurisace possedeva.
Quello che è certo è che il monumento attira l’attenzione anche perché tradisce un uno scopo di qualche tipo.
E c’è di più.
Il cognome Eurisace, di origine greca, viene considerato un indizio della sua condizione di liberto: un uomo che, con ogni probabilità, era stato schiavo e aveva successivamente ottenuto la libertà.
Un uomo che si era arricchito con la sua attività di panificatore, probabilmente organizzata su scala considerevole.
E questo ci parla di una società nella quale, almeno in determinate circostanze, era possibile avere una seconda possibilità e diventare qualcuno di importante, anche partendo da una condizione fortemente svantaggiata.
Perché ancora oggi, su un’iscrizione del sepolcro, si legge che Marco Virgilio Eurisace era panettiere, appaltatore di forniture pubbliche e ufficiale subalterno di un sacerdote o di un magistrato.
Non male per uno che, probabilmente, era stato schiavo.
Ma non finisce qui.
A parte il fatto che Marco Virgilio Eurisace è riuscito a lasciare un segno ancora visibile dopo oltre duemila anni, e a parte il fatto che è riuscito ad affermarsi nonostante le sue probabili origini servili, questa storia ci parla anche di fortuna.
Per secoli, infatti, il sepolcro non è stato visibile: era stato inglobato in una delle torri difensive realizzate all’epoca dell’imperatore Onorio, nell’ambito delle fortificazioni delle Mura Aureliane.
La tomba riemerse soltanto nel 1838, quando quelle strutture furono demolite.
E quindi, paradossalmente, fu proprio l’incorporazione del sepolcro nella fortificazione a contribuire alla sua conservazione, almeno in parte.
Marco Virgilio Eurisace, probabilmente partito dalla condizione di schiavo, è riuscito a lasciare un segno arrivato fino a noi.
Certo, è stato anche favorito dal caso, ma alla fine è stato un uomo capace. E chissà, forse sostenuto anche dal rapporto con sua moglie Atistia.
Sul sepolcro, infatti, era probabilmente collocato un rilievo che rappresentava i due coniugi in modo particolare: frontalmente, ma con i volti rivolti l’uno verso l’altra, quasi a voler sottolineare il legame che li univa.
E c’è un dettaglio ancora più suggestivo: l’urna cineraria attribuita ad Atistia aveva la forma di una cesta per il pane, mentre un’iscrizione la ricordava come un’ottima moglie.
Al di là del caso, Eurisace è arrivato fino a noi perché si è dato da fare.
E chissà, forse nel nostro spaziotempo non sarebbe riuscito a tanto, ma comunque avrebbe realizzato qualcosa.




