Quando Roma nasce siamo agli inizi di un percorso. Molte cose devono essere ancora scoperte e, culturalmente parlando, molti valori che oggi diamo per acquisiti semplicemente non esistono.
Non esiste, per esempio, il principio per noi fondamentale secondo cui ogni essere umano nasce libero e possiede gli stessi diritti fondamentali degli altri. Esistono uomini liberi ed esistono uomini che possono appartenere ad altri uomini. E questo, nel mondo antico, può essere considerato perfettamente normale.
Esistono già sistemi capaci di sfruttare l’energia dell’acqua, del vento e ma in quella fase della storia umana serviva una quantità enorme di lavoro fisico e l’energia umana era una delle principali fonti di energia disponibili. Non c’erano motori, elettricità, escavatori, trattori, camion, gru. Per coltivare, scavare, costruire, trasportare, estrarre minerali, servivano animali e soprattutto esseri umani.
Ma come nasce la schiavitù? Probabilmente da una constatazione molto semplice: invece di uccidere il nemico sconfitto, puoi costringerlo a lavorare per te.
E qui compare un primo paradosso. In un mondo nel quale il nemico sconfitto poteva essere ucciso, dal punto di vista del prigioniero, essere ridotto in schiavitù poteva paradossalmente rappresentare un’alternativa alla morte: “hai perso, potrei ucciderti, invece ti lascio vivere. Ma da questo momento lavori per me”.
A questo si aggiungono debiti, rapimenti, commercio di esseri umani e, soprattutto, la nascita da persone già ridotte in schiavitù.
Nel diritto romano più antico lo schiavo era sottoposto al potere del padrone, che arrivava fino al diritto di vita e di morte. Nel corso dei secoli, però, anche Roma cominciò a porre dei limiti a quel potere.
Nel II secolo d.C., sotto Antonino Pio, uccidere senza giustificazione il proprio schiavo diventò punibile, e in casi di crudeltà intollerabile il padrone poteva essere costretto dall’autorità a venderlo.
L’Impero diventa cristiano ma continuerà ad avere schiavi.
Col passare del tempo, il sistema schiavistico romano finisce gradualmente per perdere centralità, non c’è una causa unica e, soprattutto, non avviene di colpo.
La schiavitù rimane molto vitale nella tarda antichità e continua anche dopo la caduta dell’Impero d’Occidente.
Ma cambia il mondo che l’aveva resa così utile. Cambiano l’economia, le città, le proprietà agricole, gli equilibri politici e le forme attraverso le quali viene organizzato il lavoro. In molte aree diventa sempre più importante legare il lavoratore alla terra e alla produzione piuttosto che possedere direttamente la persona.
La schiavitù quindi non scompare: perde progressivamente centralità e convive con altre forme di dipendenza, come quella dei servi della gleba. Il servo non è uno schiavo nel senso romano: non è semplicemente una proprietà della quale il padrone può disporre liberamente. È però legato alla terra che lavora, ha obblighi verso il proprietario e non è libero di andarsene come un lavoratore moderno. Se cambia il proprietario della terra, il servo rimane legato a quella terra.
Non è più propriamente “tu appartieni a me”, ma neppure “sei libero di fare ciò che vuoi”: appartieni, in un certo senso, al sistema economico e sociale nel quale sei nato.
E oggi?
Se ieri il servo riceveva dalla terra e dal sistema al quale era legato le condizioni materiali della propria sopravvivenza, oggi il lavoratore dipendente riceve dal proprio lavoro il reddito che gli permette di accedere a casa, cibo, servizi. La differenza gigantesca è che oggi, almeno nelle società che garantiscono la libertà del lavoro, può cambiare quel rapporto. Ma, come sappiamo, possono esistere condizioni economiche, culturali e familiari, oltre alla paura del rischio, che rendono quella libertà molto più difficile da esercitare.
E neppure possiamo dire che la schiavitù sia scomparsa. Ancora oggi milioni di persone vivono in condizioni che le organizzazioni internazionali definiscono di schiavitù moderna.
Possiamo dire che la schiavitù appartiene a un altro spaziotempo ed è nata in condizioni profondamente diverse da quelle che, almeno sulla carta, esistono oggi. Ma secondo noi è possibile essere formalmente liberi ed essere contemporaneamente educati a pensare alla dipendenza come all’unica condizione possibile. Perché la libertà è anche un fatto culturale: essere liberi sulla carta non basta, se non siamo allenati a pensare e ad agire come persone libere.
CODA: Nel momento in cui guardiamo indietro di duemila anni ci sembra incredibile che persone intelligentissime — filosofi, giuristi, poeti, uomini capaci di concepire idee straordinarie — potessero convivere con la schiavitù senza percepire come evidente la contraddizione che oggi appare evidente a noi.
Ma loro vivevano dentro il loro presente.
Quello che ci dovrebbe dare da pensare è che c’è stato un tempo nel quale è venuta in essere una categoria sociale nella quale alcune persone possedevano meno diritti delle altre, e ciò che sarebbe stato inconcepibile fare a “uno di noi” diventò possibile farlo a “uno di loro”.
E allora ci verrebbe da chiederci: che cosa del nostro mondo apparirà mostruosamente ovvio a qualcuno che ci guarderà tra duemila anni, mentre noi oggi non riusciamo nemmeno a vederlo?




