Sono appena finiti gli Europei di volley femminile e ci è capitato di vedere alcuni video relativi alla Nazionale. In uno di questi, Myriam Sylla cita una frase di Julio Velasco:
«Facciamo con quello che abbiamo.»
Secondo la nostra interpretazione, Velasco con sole cinque parole fa intuire a Sylla che, a volte, va bene così. Che la ricerca di un ideale, portata a certi livelli, può diventare controproducente.
Naturalmente «facciamo con quello che abbiamo» può assumere significati diversi a seconda dei contesti, ma secondo noi non significa accontentarsi. Significa partire dalla realtà.
Possiamo desiderare di essere più bravi, avere più tempo, più denaro, più energie, collaboratori migliori, condizioni migliori. Possiamo persino lavorare perché domani queste condizioni esistano. Ma inevitabilmente l’azione di oggi può essere costruita soltanto con ciò che oggi è disponibile.
Velasco, in poche parole, mette in luce una trappola molto comune: confondere l’ideale verso cui tendere con la condizione necessaria per agire.
Se penso: farò questa cosa quando avrò tutto quello che mi serve, rischio di non farla mai. Se invece penso: questo è ciò che ho, vediamo cosa posso farci, trasformo un limite in un punto di partenza.
Al di là del fatto che, in linea di massima, la forza dell’allenatore sta anche nel suo vissuto e nella possibilità di vedere dall’esterno ciò che l’atleta non riesce a vedere, c’è un altro aspetto interessante. Stiamo parlando di Velasco, ma potremmo parlare, per esempio, di Mourinho: anche gli allenatori non sono tutti uguali. Per gestire una squadra di campioni miliardari bisogna indubbiamente avere caratteristiche particolari.
Ma quello che ci stiamo domandando oggi è un’altra cosa:
esiste, nella vita ordinaria, una figura paragonabile all’allenatore?
Secondo noi non esiste una figura unica e riconosciuta che svolga quella funzione. I suoi compiti sono sparsi fra persone diverse: un amico particolarmente lucido, dei parenti amorevoli, un maestro, un insegnante, un consulente, un coach. Ma nessuna di queste figure coincide perfettamente con l’allenatore sportivo.
Abbiamo accettato come ovvio che, per ottenere il massimo da un atleta, serva qualcuno che lo osservi, lo corregga, gli faccia notare gli errori, costruisca con lui una strategia e gli impedisca di sprecare il proprio talento.
Nella vita, invece, da un certo punto in poi pretendiamo che una persona faccia tutto questo da sola.
Eppure i problemi sono molto simili.
Una persona può avere talento e usarlo male. Può non accorgersi di un proprio difetto ricorrente. Può allenarsi moltissimo nella direzione sbagliata. Può perdere motivazione. Può essere troppo coinvolta emotivamente per giudicare lucidamente una situazione. Può aver bisogno di qualcuno che le dica:
«No. Questa cosa che stai facendo non funziona. Prova così.»
Esiste naturalmente il life coach, che sulla carta sembrerebbe essere una possibile risposta. Ma il termine si è già parecchio svalutato e rimane comunque un problema fondamentale: se affido a uno sconosciuto una parte importante delle decisioni sulla mia vita, quanto posso fidarmi del suo giudizio? E soprattutto: se quella persona ha interessi propri nella mia vita, come posso sapere che ciò che mi consiglia sia davvero nel mio interesse?
Ma poi sarei in grado di affidare la mia vita a qualcuno a me molto vicino? Funzionerebbe ancora nonostante il suo coinvolgimento?
Forse allora una parte della risposta è imparare a diventare anche allenatori di noi stessi.
Conoscersi abbastanza da riconoscere i propri meccanismi. Essere abbastanza onesti da dirsi quando qualcosa non funziona. Imparare a osservarsi, per quanto possibile, come se per un momento fossimo fuori dal campo.
Ma senza dimenticare proprio ciò che lo sport ci insegna: anche il più grande atleta del mondo continua ad aver bisogno di qualcuno che lo guardi da fuori.
Forse perché ci sono cose che, per quanto possiamo conoscerci bene, da dentro il campo continueremo a non vedere.
CODA: Alla fine, forse la forza di un grande allenatore sta soprattutto nella sua mentalità: una visione che ha dimostrato di funzionare e che riesce a trasmettere agli altri, fino a farla diventare la mentalità di un’intera squadra.
P.S. Ringraziamo Myriam Sylla per questa dritta.

