Una volta stavamo con una ragazza. Era la nostra prima storia emozionalmente seria, una di quelle che ti insegnano molto e alla quale, ancora oggi, a distanza di eoni, dobbiamo parecchio.
Una delle cose che ci ha insegnato è la necessità dei segreti.
Sappiamo che è un’affermazione che può essere facilmente fraintesa. Potrebbe sembrare quasi un invito alla menzogna. In realtà, con il suo comportamento, questa ragazza ci fece capire qualcosa di molto diverso.
La chiameremo Maia, per proteggerne l’identità.
Maia era nei suoi anni ruggenti e aveva una vita, diciamo, attiva. Allo stesso tempo viveva ancora con la famiglia e sapeva perfettamente che alcuni aspetti della sua vita non potevano emergere liberamente nell’ambiente nel quale viveva.
Aveva però anche la necessità molto concreta di tenere traccia della propria attività.
Aveva quindi inventato un sistema semplicissimo.
Sul suo diario, ogni volta che aveva avuto un suo particolare “rapporto speciale”, anneriva con un triangolino l’angolo della pagina corrispondente a quel giorno.
Chiunque avesse aperto quel diario avrebbe visto soltanto dei piccoli triangoli neri.
Lei invece sapeva esattamente che cosa significavano.
E, quando voleva, poteva persino mostrare a qualcuno la portata della propria attività senza necessariamente rivelare ciò che quei segni custodivano.
Era, in fondo, un codice personale.
Ed è anche attraverso Maia che abbiamo imparato una cosa piuttosto scomoda: nella vita ci sono cose che non possiamo raccontare a tutti. A volte non possiamo raccontarle neppure a chi sostiene di essere disposto ad accettarle.
Perché una cosa è pensare di poter accettare una realtà che ancora non conosciamo; un’altra è trovarcela davanti nella sua vera portata.
Un’intenzione non è ancora un’esperienza.
E poi esiste un’altra ragione, forse ancora più importante: tenere qualcosa per sé può avere un valore in quanto tale.
In altre parole, esiste una necessità dei segreti.
Ci sono cose, come la privacy, che non sono semplicemente un diritto moderno, ma rispondono a un’esigenza molto più antica: proteggere ciò che non è ancora pronto per il mondo.
Quando riflettiamo, vediamo che ogni forma di crescita richiede una zona d’ombra.
Il seme non germoglia alla luce: ha bisogno della terra. Così anche il pensiero, l’emozione, il desiderio. Se vengono esposti troppo presto, possono deformarsi.
Avere segreti non significa necessariamente mentire.
Può significare custodire un processo.
Un segreto non è sempre qualcosa che nascondiamo perché ce ne vergogniamo: può essere qualcosa che proteggiamo perché non vogliamo ancora consegnarlo al giudizio degli altri.
La società contemporanea tende a esaltare la trasparenza, mentre una parte importante della nostra vita interiore ha bisogno di opacità.
La luce totale può bruciare.
La condivisione continua può svuotare.
E forse imparare a custodire qualcosa significa anche imparare a distinguere ciò che appartiene agli altri da ciò che appartiene soltanto a noi.
Naturalmente esiste anche il segreto usato per ingannare, manipolare o sottrarsi alle proprie responsabilità. Ma quello è un altro problema.
Qui stiamo parlando del contrario:
non nascondere qualcosa per falsificare la realtà, ma proteggerla perché possa continuare a esistere senza essere continuamente esposta.
Maia, con quei piccoli triangoli neri, probabilmente non pensava a niente di tutto questo.
Noi, però, qualcosa da quei triangoli l’abbiamo imparato.
La musica fa parte dell’esperienza. riprendi a leggere





