“Nessuno comincia una guerra senza sapere prima che cosa vuole ottenere con essa e come intende condurla.”
In questa frase di Carl von Clausewitz — generale prussiano e tra i più importanti teorici della guerra della storia moderna — riportata nel suo libro Vom Kriege (Della guerra, pubblicato postumo nel 1832), è contenuta una tesi capace di dissolvere uno degli equivoci più diffusi nel modo in cui siamo abituati a pensare i conflitti.
Di fronte alla guerra siamo spesso tentati di rifugiarci in una spiegazione rassicurante: pensare che sia il risultato di follia, di irrazionalità improvvisa, di leader impazziti che trascinano il mondo nel disastro. È una narrazione comoda, perché ci permette di archiviare l’evento come una deviazione patologica della storia.
Ma difficilmente è così.
La guerra ha una portata troppo grande e richiede un investimento di risorse troppo imponente — e stiamo parlando soprattutto di vite umane — perché possa essere ridotta a un gesto folle. Mobilitare eserciti, economie, industrie, sistemi di consenso e propaganda richiede preparazione, pianificazione e soprattutto un obiettivo. Anche quando quell’obiettivo non viene dichiarato apertamente.
In questo senso la guerra non è l’opposto della politica: è, molto spesso, uno dei suoi strumenti più estremi.
Questo ragionamento trova un’eco sorprendente anche nel pensiero di Mao Zedong, che sintetizzava una logica simile con una frase diventata celebre:
“Grande disordine sotto il cielo, la situazione è eccellente.”
Per Mao il caos non era necessariamente una disgrazia: poteva diventare una condizione favorevole per chi possiede un progetto politico e la forza di sfruttarlo.
Ed è qui che i due pensieri si incontrano. Per chi detiene il potere arriva quasi sempre un momento in cui mantenerlo diventa più difficile che conquistarlo. In queste fasi — crisi economiche, perdita di consenso, equilibri internazionali che cambiano — la guerra può apparire come uno strumento capace di rimescolare le carte.
Mobilita la popolazione.
Sposta l’attenzione.
Ridefinisce alleanze e rapporti di forza.
In altre parole, la guerra può diventare una tecnologia del potere.
E questo rende il nostro tempo ancora più inquietante. Nel 2026, con tutta la conoscenza storica accumulata e con la quantità di informazioni disponibili, continuiamo a trovarci di fronte a classi dirigenti che sembrano muoversi dentro logiche antiche quanto il potere stesso.
Leader e apparati che sanno perfettamente che una guerra raramente risolve i problemi che pretende di affrontare, ma che arrivano comunque a considerarla una delle poche mosse rimaste sul tavolo.
Non perché sia una soluzione.
Ma perché, in certi momenti della storia, è il modo più rapido per cambiare le regole del gioco.
Quando la politica non riesce più a governare la realtà,
la guerra arriva a riscriverla.
P.S. Questa news è dedicata a un amico di origine prussiana (dice lui), che più volte ci ha insegnato una cosa semplice: se non riesci a vedere ciò che è ovvio, spesso ti stai solo raccontando una storia per andare avanti.
E noi auguriamo a tutti quanti di trovare questo “realismo freddo prussiano” quando effettivamente è il momento di trovarlo.
La musica fa parte dell’esperienza. riprendi a leggere
Post After Linked – il seguente link è stato integrato in data successiva alla pubblicazione del presente post: Leggi anche → Mao e il Caos




