Oggi ci rendiamo conto ancora una volta che le parole sono importanti, e del valore della collettività. Anni fa un nostro amico nel contesto di un nostro sfogo venuto in essere per via della difficoltà di completare un lavoro, ci ha detto una frase che suonava più o meno così: “devi arrivare alla contingentazione” e soltanto recentemente ci siamo resi conto che abbiamo sempre interpretato come ci piaceva questa frase.
L’abbiamo interpretata come il solito richiamo a una persona iperattiva a organizzarsi meglio, a distribuire meglio il tempo, a darsi una regolata.
Osservazioni che una persona iperattiva può aver sentito 1000 volte, e poi contingentare, un termine sofisticato che detto da una persona non di madrelingua italiana, come era il caso nostro, ci lasciava nel dubbio sul significato che veniva attribuito a quella parola.
Ma invece il nostro amico ci aveva indovinato, aveva visto bene nella nostra essenza.
Per contingentare sostanzialmente intendeva: assegnare una quantità limitata e prestabilita. Quindi il nostro amico ci stava dicendo:
Devi decidere prima quanto tempo concedere a una cosa e, arrivato al limite, fermarti.
Non: lavoro su questa cosa finché non è finita o finché mi soddisfa. Ma: a questa cosa concedo un’ora; dentro quell’ora faccio il meglio possibile; poi passo oltre.
Nella realtà dei fatti, il limite non dovrebbe dipendere dalla sensazione di aver concluso, perché una traccia può generarne un’altra all’infinito. Il limite temporale diventa una regola esterna che interrompe la catena.
Il nostro amico, in sostanza, ci stava dicendo: “metti un confine al tempo prima che sia ciò che stai facendo a decidere quanto tempo prenderà”
Ma quanto è importante la contingentazione dei tempi vitali nell’era moderna?
È molto importante laddove il problema non è soltanto che abbiamo molte cose da fare. Quello è sempre esistito. È che oggi viviamo dentro un sistema capace di generare continuamente nuove possibilità di azione: messaggi, informazioni, video, notizie, lavoro, relazioni, acquisti, interessi, approfondimenti, notifiche, idee. E molte di queste attività non possiedono una fine naturale.
Leggere un libro ha una fine fisica. Ma puoi scorrere contenuti per sempre. Puoi fare ricerca per sempre. Puoi perfezionare un’immagine per sempre. Una conversazione può generare continuamente nuovi argomenti.
Quindi, nell’ambiente contemporaneo, non possiamo più aspettare che sia l’attività a dirci quando fermarci, perché moltissime attività non ce lo diranno mai.
Se l’attività non possiede una fine naturale, siamo noi a dover decidere quando finisce.
Ed è dalle nostre scelte che consegue tutto il resto. Perché il tempo che non contingentiamo per una cosa è inevitabilmente tempo che sottraiamo a qualcos’altro.
CODA: Le parole sono importanti. Se avessimo compreso allora quello che il nostro amico stava cercando di dirci, probabilmente avremmo utilizzato diversamente una quantità enorme del nostro tempo.
Ed è importante anche la collettività. Perché un’altra persona può vedere qualcosa di noi che noi stessi non riusciamo ancora a vedere e può persino consegnarci uno strumento utile.
Ma ricevere un’informazione non significa necessariamente essere pronti a capirla.
Noi quella frase l’avevamo ricevuta molti anni fa.
L’abbiamo capita soltanto adesso.
P.S. La redazione si scusa, ma sostanzialmente ci rivolgiamo ai liberi professionisti. I lavoratori dipendenti hanno già qualcuno che, almeno per una parte della giornata, contingenta il tempo al posto loro, ma è triste dirlo, ma sono proprio loro che avendo meno tempo devono riuscire ad ottimizzare la contingentazione al meglio.




