Ci è capitato che creativi agli inizi ci hanno chiesto consiglio: di che parlare? cosa fare oggi? nello specifico della musica, che musica fare?
Sulla base di questo potremmo formulare la domanda: se oggi volessimo esprimerci attraverso la musica, potendo spaziare tra i generi esistenti, quale ci offrirebbe maggiori possibilità di realizzare autonomamente un progetto?
Techno? Drum & Bass? Ambient? Oppure altri generi elettronici?
Senza dubbio, la musica elettronica ha reso possibile realizzare produzioni con un numero ridotto di musicisti, strumenti e strutture di registrazione.
Oggi, con un computer, un software musicale, strumenti virtuali e competenze adeguate, una persona può comporre, eseguire, registrare e produrre un brano completo.
Questo è particolarmente evidente nella techno, nella drum and bass, nell’ambient e in altri generi elettronici.
Ma non ce la sentiamo di affermare che la musica elettronica sia necessariamente, almeno nel momento in cui scriviamo, la punta di diamante dell’autoproduzione.
È certamente uno dei suoi territori più rappresentativi, ma anche hip-hop, pop, cantautorato e altri generi hanno sviluppato una fortissima cultura del do it yourself.
La scelta dipende dalle influenze, dalla cultura musicale e dal linguaggio espressivo che ciascun individuo sente proprio. E dipende anche dallo specifico spaziotempo nel quale l’artista si muove.
Ma ci fanno notare una cosa: una volta c’era la band.
E se una parte della musica elettronica fosse anche una risposta alla difficoltà di trovare altre persone con cui realizzare un progetto musicale?
Di fatto, la tecnologia permette di non rinunciare a un progetto creativo soltanto perché non abbiamo trovato i compagni di viaggio.
In questo senso, potremmo chiamare in causa quello che, scherzosamente, definiremo il Teorema Bonaparte:
«On ne fait bien que ce que l’on fait soi-même».
Ovvero: «Si fa bene soltanto ciò che si fa da sé».
La frase compare in una raccolta di massime attribuite a Napoleone Bonaparte, ma naturalmente non abbiamo la certezza che sia stato lui a pronunciarla.
Una formulazione che ci ha convinto subito si trova già nella commedia Bruis et Palaprat, del 1807, del drammaturgo francese Charles-Guillaume Étienne:
“Non si è mai serviti così bene come da sé stessi”.
Una formula che, per il nostro ragionamento, troviamo particolarmente adatta.
Parlando di musica e di fare da sé, lo Staff Revelution ci ha suggerito Lenny Kravitz.
Ascoltandolo, possiamo avere l’impressione di sentire un’intera band rock, mentre in diverse sue registrazioni è lui stesso a suonare gran parte degli strumenti.
Canta, suona chitarra, basso, batteria e tastiere, oltre a occuparsi della produzione.
Ma, in un certo senso, ancora non ci siamo.
Perché Kravitz non era partito con l’intenzione di fare tutto da solo.
Parlando del suo primo album, Let Love Rule, ha raccontato che inizialmente voleva formare una band, ma non disponeva del denaro necessario per ingaggiare i musicisti che desiderava.
Fu il suo tecnico del suono, Henry Hirsch, a suggerirgli di suonare personalmente gli strumenti.
Non aveva progettato di fare tutto da solo: ci è arrivato per necessità.
E, nonostante sia capace di realizzare autonomamente gran parte della propria musica, Kravitz continua a collaborare con altri musicisti e a esibirsi con una band.
Del resto, oggi un artista potrebbe anche scegliere di presentare la propria musica attraverso software, strumenti digitali e soluzioni sceniche innovative.
Pensiamo, per esempio, allo spettacolo ABBA Voyage, che utilizza rappresentazioni digitali dei componenti del gruppo, accompagnate da musicisti dal vivo.
La tecnologia amplia continuamente le possibilità di realizzare e presentare una visione musicale.
Ma, alla fine, come spesso accade, quello che conta è l’idea.
E certamente, oggi la tecnologia può aiutarci a realizzarla anche senza dover necessariamente mettere insieme una band.
Resta però una questione.
La formazione composta da basso, chitarra, batteria, voce e magari tastiere rappresenta un linguaggio musicale e visivo immediatamente riconoscibile da una parte importante del pubblico.
La band, inoltre, può diventare un potente elemento di identificazione, anche perché offre al pubblico più figure nelle quali riconoscersi.
Chi non si immagina cantante potrebbe riconoscersi nel chitarrista, nel batterista o nel bassista. Più ruoli, più possibilità di trovare un riferimento.
Con la produzione digitale, poi, strumenti ed esecuzioni possono diventare meno riconoscibili. Tutto potrebbe essere sintetico, e non sempre è facile capire che cosa stia realmente accadendo.
Ma questo non significa che la musica elettronica sia meno umana.
Dietro una composizione realizzata con strumenti digitali possono esserci sensibilità, capacità, esperienza e creatività non inferiori a quelle richieste dagli strumenti tradizionali.
Il punto in realtà è un altro.
Quando un musicista si esibisce davanti a un pubblico, la sua opera assume anche una dimensione fisica, immediata e condivisa.
Non ascoltiamo soltanto un risultato: assistiamo a qualcosa che sta accadendo.
Vediamo le persone, percepiamo le loro azioni, riconosciamo il rapporto tra ciò che fanno e ciò che ascoltiamo.
E questo può generare un’energia che nessuna registrazione è obbligata, né necessariamente in grado, di riprodurre.
Perché la tecnologia può permetterci di fare musica anche da soli, ma suonarla davanti a qualcuno significa trasformarla in un’esperienza condivisa.
E forse è proprio qui che si manifesta una delle grandi forze della musica dal vivo: non soltanto immaginare qualcosa, ma farla accadere, insieme ad altri, nello stesso spaziotempo.
La musica fa parte dell’esperienza. riprendi a leggere




