A maggio 2026 Esmaeil Baghaei, portavoce del ministero degli Esteri iraniano, nel confronto col presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha richiamato esplicitamente le guerre romano-persiane e gli insuccessi di Roma contro i Sasanidi, utilizzando anche l’immagine di Shapur I e dell’imperatore romano Valeriano prigioniero.
Questo continuare a guardare Roma dalla storia della Persia, quasi duemila anni dopo, ci ha riportato alla memoria la grandezza dell’Impero romano, che sotto Traiano raggiunse la sua massima estensione e arrivò fino al Golfo Persico, sulle grandi rotte commerciali che conducevano verso l’India.
Chi vi scrive proviene da una famiglia di origine mista: mia madre era britannica, di Londra, e non ho mai vissuto quello degli stranieri come un problema.
Certamente le mie origini hanno aiutato, così come il fatto di avere diversi amici figli di stranieri, ma credo che questa attitudine, più ancora che dalle mie origini, mi venga dal vivere a Roma.
Roma era uno dei più grandi crogioli di popoli del mondo antico. Oggi diremmo un melting pot.
La città rappresentava una civiltà che, per l’epoca, sfiorava la fantascienza. A Roma e nelle altre grandi città dell’Impero c’erano fontane pubbliche, luoghi dove acquistare cibo, vigili del fuoco, acquedotti, fognature, strade lastricate e un sistema di servizi di impressionante complessità.
Roma era una delle punte di diamante della civiltà del suo tempo. Offriva un vivere possibile, certamente con un prezzo da pagare, ma anche con alcuni punti fermi e con la possibilità, per molti, di costruire qualcosa in contrapposizione a una vita dominata maggiormente dall’incertezza e dalla casualità.
Roma, per tutta una serie di motivi, attirò un grandissimo numero di persone provenienti da luoghi differenti. Le fonti descrivono la Roma imperiale come una città cosmopolita, alimentata continuamente dall’arrivo di persone dall’Italia e dalle province: mercanti, insegnanti, medici, artigiani, lavoratori, attori, ma anche prigionieri e schiavi.
E oggi abbiamo qualcosa che gli storici del passato non potevano avere: il DNA.
Uno studio genetico pubblicato su Science, condotto sui resti di 127 individui provenienti dall’area di Roma e distribuiti lungo circa 12.000 anni di storia, ha mostrato che durante il periodo imperiale la popolazione romana presentava una fortissima diversità, con apporti genetici provenienti da differenti regioni dell’Europa, del Mediterraneo, del Vicino Oriente e del Nord Africa.
In altre parole, il melting pot romano non è soltanto qualcosa che possiamo ricostruire attraverso i racconti degli storici: ne sono rimaste tracce nelle ossa delle persone che vivevano a Roma.
Naturalmente questo non significa che Roma fosse una moderna società priva di discriminazioni. Esistevano enormi differenze di condizione, di diritto e di potere, così come stereotipi e ostilità verso determinati gruppi. Ma le categorie attraverso le quali i Romani distinguevano le persone non coincidevano con quelle razziali sviluppatesi in epoche molto più recenti.
E in un prossimo intervento parleremo degli imperatori “stranieri” che non soltanto non erano nati a Roma, ma nemmeno nati in Italia. Post After Linked – il seguente link è stato integrato in data successiva alla pubblicazione del presente post: Leggi anche → Il nostro glorioso pittore Dalì
Il cosiddetto melting pot derivava anche da un fatto molto più meccanico.
Le conquiste e i movimenti all’interno dell’Impero portavano a Roma non soltanto oro, merci e opere d’arte, ma persone: artigiani, artisti, servi, medici, maestri, commercianti, intellettuali.
Una parte enorme della ricchezza di Roma era fatta di persone, e fatta della conoscenza che quelle persone portavano con loro.
Una parte di queste arrivava liberamente. Un’altra arrivava nel modo più brutale possibile: attraverso la schiavitù.
E qui bisogna evitare un equivoco. Uno schiavo poteva avere un grande valore economico e poteva quindi esserci interesse a conservarlo, ma questo non impediva affatto violenze e maltrattamenti.
La schiavitù implicava però anche l’attribuzione di un valore economico alla persona — solo che quel valore non apparteneva alla persona stessa, ma a chi la possedeva.
Roma era quindi un sistema estremamente eterogeneo: persone di provenienze differenti potevano conservare lingue, religioni, tradizioni e identità diverse e, contemporaneamente, entrare progressivamente nel mondo romano. Le fonti documentano una presenza continua nella capitale di persone provenienti, tra gli altri luoghi, dalla Siria, dall’Africa, dalla Tracia, dalla Spagna e dalla Gallia.
Se poi da Roma allarghiamo lo sguardo all’intera Italia e pensiamo agli spagnoli, ai francesi, agli austriaci, agli arabi, agli africani e ai molti altri popoli che nel corso dei secoli sono arrivati, hanno conquistato territori, governato, commerciato e vissuto qui, viene quasi da pensare che l’invasione degli stranieri sia già accaduta. Molte volte.
Eppure continuiamo a parlare di cultura italiana.
Forse perché quando una cultura è abbastanza forte non ha bisogno di cancellare chi arriva.
Può assorbirne qualcosa e, contemporaneamente, trasformarlo.
Il melting pot romano non produceva necessariamente persone tutte uguali. Produceva persone diverse che potevano progressivamente riconoscersi dentro una stessa struttura culturale.
Ed è forse questo il punto che ci interessa di più.
Forse uno dei più grandi insegnamenti che possiamo ricavare dalla storia di Roma è proprio questo: una cultura forte non ha necessariamente bisogno di respingere lo straniero. Può inglobarlo. Assorbe qualcosa di lui e, in cambio, gli offre una struttura nella quale riconoscersi.




