Le Freak, uno dei brani simbolo degli Chic di Nile Rodgers, in gruppo disco-funk fondato dallo stesso Rodgers insieme al bassista Bernard Edwards alla fine degli anni Settanta [per chi non lo conoscesse Rodgers sarebbe poi diventato uno dei chitarristi e produttori più influenti della musica pop, lavorando, tra gli altri, con David Bowie, Madonna, Diana Ross e, molti anni dopo, i Daft Punk] risentendolo la mente va a quando avevamo la band, nella sua seconda formazione, e rifacevamo il brano, e improvvisamente, abbiamo focalizzato che la cosa era diventata possibile, perché nel cambio di formazione i nuovi musicisti erano più aperti a generi considerati più commerciali, e allora abbiamo pensato che per la quasi totalità della storia umana, musica e danza sono state parti di una stessa attività.
Si suonava e si cantava mentre qualcuno si muoveva. Nei rituali, nelle feste, nelle celebrazioni, nel lavoro, nella guerra, nei momenti di incontro della comunità, ritmo e movimento del corpo tendevano continuamente a ritrovarsi.
E naturalmente sono sempre esistite forme musicali nelle quali non si ballava, e non tutte le culture hanno costruito nello stesso modo il rapporto tra musica e movimento.
Ma nel ricordare “Le Freak” [gli Chic sono stati una live band, un esempio perfetto di musica costruita per far ballare che non ha assolutamente bisogno di essere giustificata sul piano musicale, con un livello di scrittura e di esecuzione musicale altissimo] abbiamo constatato che abbiamo vissuto sulla nostra pelle una separazione che oggi consideriamo perfettamente normale, ma che all’epoca non ci rendevamo conto essere relativamente recente.
Oggi possiamo entrare in una sala da concerto, sederci su una poltrona e ascoltare per due ore musicisti che stanno producendo davanti a noi una quantità enorme di ritmo, mentre il nostro corpo dovrebbe possibilmente restare fermo.
Al massimo dondoliamo.
E la cosa interessante è che alla maggioranza dei presenti la cosa non sembra affatto strana.
Nel corso del tempo una parte della musica è diventata qualcosa da ascoltare, studiare, contemplare, giudicare. Il concerto si è professionalizzato, il musicista si è specializzato, il pubblico è diventato pubblico.
E progressivamente si è consolidata anche una distinzione che utilizziamo ancora oggi:
musica da ballo e altra musica.
Come se il fatto di far muovere il corpo fosse una caratteristica particolare di alcune musiche e non una delle possibilità originarie della musica stessa.
Naturalmente questa trasformazione ci ha dato moltissimo.
Ha permesso alla musica di raggiungere livelli straordinari di complessità, specializzazione, precisione e ricerca. Ha permesso di concentrarsi su armonia, timbro, composizione, interpretazione e su una quantità di elementi che richiedono attenzione.
Ma ogni specializzazione rischia di lasciare qualcosa fuori.
A questo punto, però, la domanda diventa:
che cosa hanno perso quelli che hanno separato così nettamente l’ascolto dal movimento?
Perché, naturalmente, non tutti lo hanno fatto.
Discoteche, rave, festival e una parte enorme della cultura musicale contemporanea dimostrano esattamente il contrario: milioni di persone continuano a cercare nella musica anche qualcosa che faccia muovere il corpo.
E nel frattempo è diventato sempre più difficile sostenere che la musica costruita per far ballare sia necessariamente una musica meno seria.
Basta pensare agli stessi chic, e a quanti musicisti, produttori e compositori estremamente preparati hanno lavorato proprio dentro la musica da ballo.
Fatboy Slim, per esempio, prima di diventare uno dei nomi più importanti della cultura dance elettronica era Norman Cook, bassista degli Housemartins.
Forse, allora, quello che è avvenuto non è semplicemente una separazione fra musica e danza.
È avvenuta anche una separazione culturale fra due modi di attribuire valore alla musica.
Da una parte la musica da ascoltare, sulla quale concentrarsi, da studiare, interpretare e giudicare.
Dall’altra quella che deve produrre una reazione fisica.
E per molto tempo abbiamo finito facilmente per associare alla prima parole come ricerca, complessità, impegno, professionalità, mentre alla seconda sono rimaste appiccicate parole come commerciale, divertimento, consumo.
Ma forse è proprio questa contrapposizione a essere sbagliata.
Perché far muovere un essere umano non è necessariamente un obiettivo artisticamente meno complesso che farlo pensare.
E soprattutto le due cose non si escludono.
Una musica può essere sofisticata e fisica. Può essere sperimentale e ballabile. Può richiedere attenzione e contemporaneamente costringerci a muovere un piede.
E qui torniamo alla nostra esperienza con Le Freak.
Per poter suonare quel brano abbiamo avuto bisogno di musicisti che fossero culturalmente disposti a considerarlo degno di essere suonato.
Il limite non era musicale. Era nella categoria nella quale avevamo messo quella musica.
E forse c’è un’ultima domanda.
Perché abbiamo sentito il bisogno di costruire categorie così separate?
Naturalmente le ragioni storiche sono molte. Ma possiamo avanzare anche un’ipotesi.
Muoversi significa rendere visibile ciò che la musica ci sta facendo.
Possiamo ascoltare una musica straordinaria restando immobili e mantenendo un’espressione composta.
Ma quando il piede comincia a battere, il bacino segue il ritmo, le braccia cambiano posizione e il volto si trasforma, qualcosa diventa pubblico:
qualcosa là fuori sta modificando qualcosa dentro di noi.
Forse una parte della nostra cultura ha associato progressivamente il controllo del corpo alla serietà, alla disciplina e alla rispettabilità, lasciando al ballo determinati luoghi e determinati momenti nei quali quel controllo può essere abbandonato.
Se fosse così, separando la musica da ascoltare dalla musica da ballare non avremmo separato soltanto due forme musicali.
Avremmo separato anche due modi di permettere alla musica di agire su di noi.
E forse quello che abbiamo perso, almeno in parte, non è semplicemente il movimento……
È la capacità di riconoscere in noi stessi ciò che realmente proviamo e, attraverso questo, la possibilità di capire chi realmente siamo.




