Ecco una canzone della quale vale la pena parlare.
Under Pressure è un brano dei Queen e David Bowie, pubblicato nel 1981. Nacque dall’incontro dei due artisti ai Mountain Studios di Montreux, in Svizzera.
E il testo non parla semplicemente della pressione come stress generico: parla della pressione che agisce sulle persone, modifica il loro comportamento e mette alla prova il modo in cui reagiscono.
Ed è proprio questo che ci interessa.
Alcune persone sembrano funzionare in un modo particolare, facciamo un esempio, per alcuni: sapere razionalmente che una cosa è importante non produce automaticamente abbastanza attivazione per farla.
Poi arriva una scadenza.
Quello che prima era:
«Devo farlo.»
diventa:
«Se non lo faccio adesso, succede qualcosa.»
La minaccia diventa concreta.
Cambiano l’attenzione, l’attivazione fisiologica e la priorità attribuita al compito. Sono coinvolti sistemi neurobiologici complessi, nei quali hanno un ruolo anche dopamina e adrenalina, legate tra le altre cose alla motivazione, all’eccitazione, all’attenzione e alla preparazione all’azione.
Ed ecco che una persona che per giorni non riusciva a cominciare può improvvisamente lavorare con una concentrazione impressionante.
Le ragioni che portano a questo comportamento possono essere molte: caratteristiche individuali, esperienze, abitudini, apprendimento, contesto. Ma se questo meccanismo si ripete molte volte può consolidarsi un’associazione molto semplice:
pressione → attivazione → azione
A quel punto può succedere qualcosa di curioso.
Una persona può finire per aspettare, cercare o addirittura costruire la pressione, perché ha imparato che quello è uno dei modi più affidabili per riuscire ad attivarsi.
E siccome gli esseri umani imparano anche osservando e applicando agli altri ciò che funziona per loro, qualcuno potrebbe arrivare a pensare:
«Io sotto pressione funziono meglio, quindi anche gli altri funzionano meglio sotto pressione.»
Ed ecco nascere gli stressatori seriali.
Persone che producono continuamente urgenze, scadenze, tensioni e situazioni limite, magari convinte di essere quelle che fanno funzionare le cose.
Con il piccolo inconveniente che prima o poi potrebbero farsi odiare da tutti.
E restare inevitabilmente sole.
Ma soprattutto c’è un problema:
la pressione può farti fare una cosa, ma non garantisce affatto che te la faccia fare bene.
Anzi.
Un certo livello di attivazione può favorire l’azione; quando però lo stress diventa eccessivo può interferire con funzioni cognitive importanti, compresa la memoria di lavoro. Non esiste quindi una semplice equazione secondo cui più pressione = migliore prestazione.
Bowie e i Queen.
Erano nello stesso luogo, nello stesso momento, con strumenti, capacità ed esperienza sufficienti per trasformare una situazione creativa contingente in qualcosa che prima non esisteva.
Ne uscì Under Pressure.
Questo non significa che per creare qualcosa di grande bisogna mettersi sotto pressione.
Significa semmai che la pressione è una forza.
E come tutte le forze può essere utilizzata oppure subita.
Forse tutti i grandi creativi, in fondo, finiscono per trasmetterci qualcosa senza necessariamente dirlo: conoscere il proprio funzionamento può diventare una forma di libertà.
Se non conosci te stesso, puoi passare una vita a essere trascinato dai tuoi stessi meccanismi.
Puoi aspettare la pressione, cercarla e perfino costruirla, senza renderti conto del perché.
Conoscersi significa invece cominciare a capire che siamo diventati ciò che siamo per una quantità enorme di ragioni: biologia, esperienza, apprendimento, errori, successi, abitudini.
E forse è proprio questa consapevolezza che ti permette prima di accettare ciò che sei, e poi di provare a modificarlo se ti serve.
Perché soltanto quando sai come funzioni, puoi cominciare a decidere come vuoi funzionare.
La musica fa parte dell’esperienza. riprendi a leggere




