
Una nostra utente, rileggendo l’intervento Paz, ci ha fatto notare che, parlando del Movimento del ’77, abbiamo raccontato soprattutto Bologna.
E Roma?
In effetti, anche a Roma c’è parecchio da raccontare.
Tra le espressioni più particolari del Movimento del ’77 ci furono gli Indiani metropolitani, legati soprattutto alla sua cosiddetta area creativa.
Ma chi erano?
Gli Indiani metropolitani appartenevano a quella parte del Movimento del ’77 che aveva raccolto e rielaborato esperienze provenienti dalle avanguardie artistiche, dal Situazionismo e dalla Controcultura.
Le ricostruzioni storiche parlano addirittura di una “massificazione dell’avanguardia”: pratiche come il Collage, il Détournement e l’Happening uscivano dagli ambienti relativamente ristretti dell’arte e diventavano strumenti utilizzati da studenti, precari e militanti per intervenire sulla realtà e sui suoi linguaggi. Iris
E gli Indiani metropolitani furono una delle manifestazioni più riconoscibili di questa impostazione.
A Roma un piccolo gruppo prese forma nel febbraio del 1977 all’interno della Commissione Emarginati, durante l’occupazione della Facoltà di Lettere.
Uno dei protagonisti di quell’esperienza, Carlo Infante, racconta che una delle loro attività fondamentali consisteva nell’inventare slogan, lanciarli nelle assemblee, scriverli sui muri e sui Tazebao, associandoli anche a gesti e comportamenti. Una volta lanciati, quegli elementi potevano essere ripresi e trasformati in patrimonio dell’intero movimento. Urban Experience
Infante usa un’espressione che secondo noi spiega particolarmente bene quello che stavano facendo:
«inventare linguaggi-comportamento».
Non si trattava quindi soltanto di dire cose nuove.
Si potevano prendere parole, immagini, simboli e comportamenti già esistenti, spostarli dal loro contesto, deformarli, combinarli e attribuire loro significati differenti.
È il principio del détournement, uno degli strumenti che quella generazione aveva ereditato dal situazionismo e dalle avanguardie e che gli Indiani metropolitani utilizzarono nella propria attività. Infante stesso ricorda l’influenza di Debord e Vaneigem e parla delle parole utilizzate come gesti, capaci di propagarsi quasi come virus. Urban Experience

Nel 1977 produssero anche OASK?!, foglio degli Indiani metropolitani romani realizzato collettivamente con Pablo Echaurren, Maurizio Gabbianelli, Carlo Infante e altri.
Le due pagine interne formavano un grande poster che diceva:
«Diffidate della realtà?!»
Pablo Echaurren, che partecipò direttamente a quell’esperienza, arrivò in quel periodo a mettere da parte la propria attività artistica individuale per sperimentare una produzione anonima e collettiva.
Non era più soltanto l’artista che produceva qualcosa per gli altri.
La creatività stessa poteva diventare un’attività collettiva.
Naturalmente non intendiamo trasformare gli Indiani metropolitani in qualcosa che non erano.
La loro esperienza apparteneva profondamente al clima politico e sociale del 1977 e durò, nella sua forma più riconoscibile, pochissimo. Lo stesso Infante racconta che il gruppo romano si dissolse come gruppo attivo nell’arco di appena un paio di mesi, anche perché non voleva trasformare quella nuova identità in un’altra identità rigida. Urban Experience
E molte manifestazioni di quella stagione, viste quasi cinquant’anni dopo, possono apparire ingenue, eccessive o persino ridicole.
Ma non è questo che ci interessa recuperare.
Ci interessa l’impostazione.
L’idea che quello che ci viene messo a disposizione non debba necessariamente essere considerato definitivo.
Che un linguaggio possa essere modificato.
Che un’immagine possa essere riutilizzata.
Che strumenti nati per fare una cosa possano essere utilizzati per farne un’altra.
Che elementi già esistenti possano essere combinati fino a produrre qualcosa che prima non esisteva.
E forse proprio per questo alcune idee che sembravano appartenere a uno spaziotempo lontanissimo tornano oggi sorprendentemente interessanti.
Perché ci troviamo nuovamente dentro un grande momento di passaggio.
L’intelligenza artificiale mette improvvisamente a disposizione di milioni di persone possibilità che fino a pochissimo tempo fa richiedevano competenze, strumenti, tempo e risorse difficilmente accessibili.
Possiamo produrre immagini, musica, testi, video, programmi, analizzare enormi quantità di informazioni e combinare materiali in modi che soltanto pochi anni fa sarebbero stati impensabili.
Naturalmente possiamo utilizzare tutto questo semplicemente per fare più velocemente ciò che facevamo già prima.
Oppure possiamo provare a chiederci:
che cosa possiamo farci che ancora non abbiamo pensato di fare?
Ed è qui che, secondo noi, potrebbero tornare utili dei nuovi Indiani metropolitani.
Non quelli del 1977.
Quelli nuovi.
Persone che non debbano imitarne i vestiti, gli slogan, le posizioni politiche o l’estetica.
Persone che possano invece raccoglierne una parte dell’impostazione creativa: prendere gli strumenti disponibili, rielaborarli, contaminarli e non considerarli definitivi.
Per questo ci piacerebbe pensare che, nello spaziotempo nel quale stiamo entrando, possano nascere dei nuovi Indiani metropolitani.
Persone capaci di utilizzare anche la potenza dell’intelligenza artificiale non soltanto per ottenere qualcosa che esiste già, ma per cercare qualcosa che ancora non esiste.
E forse abbiamo finalmente capito anche una cosa che riguarda direttamente SuperTrigger.
Da oggi il sito vuole dedicarsi ai nuovi Indiani metropolitani + seguiranno altri comunicati in merito.
CODA: In Paz, parlando del Movimento del ’77, abbiamo scritto che era un movimento estremamente eterogeneo e politicamente complesso. Avremmo dovuto aggiungere: anche fortemente trasversale. Ribadiamo comunque che qui non stiamo facendo politica. Ci interessa la componente creativa/ generativa di quell’esperienza e ciò che, secondo noi, può ancora insegnare a destra, al centro e a sinistra.




