Salve a tutti, rimettiamo le mani a questo comunicato, perché ci hanno accusati di essere troppo prolissi. Quella che segue sostituisce il precedente testo introduttivo ed è la progressione attraverso la quale siamo arrivati al presente comunicato:
Alla Generazione di Confine –> Paz –> Il 77 a Roma –> Young Romans –> miti di una tradizione culturale ormai codificata.
Dopo i precedenti interventi, e a questo punto della storia [10-2026] sentiamo come sia opportuno parlare di quelli che a nostro modo di vedere, dovrebbero essere i “nuovi indiani metropolitani”. Perché ci sembra di percepire nell’aria — e forse è semplicemente nella natura delle cose — una nuova esigenza di autonomia, e questa comporta conoscenza.
I nuovi indiani metropolitani sono una visione di un possibile futuro percorribile.
Perché questo nome?
– Perché simboleggia uno degli enormi errori della civiltà [il fatto di chiamare I nativi americani “indiani”, pensando di essere arrivati in India] che ha portato a una interpretazione imprecisa della realtà che si è istituzionalizzata, diventando a sua volta realtà, cosa che prova che gli errori fanno semplicemente parte del gioco.
– Perché dietro il nome “Indiani” ci sono culture portatrici di conoscenze antiche e di modi differenti di interpretare il rapporto con la realtà, alcuni dei quali il mondo moderno potrebbe avere interesse a tornare a osservare.
– Perché gli Indiani sono una minoranza e stare ai margini può permettere di vedere cose che dal centro diventano invisibili.
– Perché gli indiani sono statunitensi e portano l’attenzione sugli Stati Uniti che negli anni 20 ancora una volta si dimostrano essere anche un formidabile esempio che ti fa intravedere un temibile futuro.
– Perché servono nuove idee, e non si può che ripartire da ciò che è stato fatto di valido e stiamo a Roma e il movimento degli indiani metropolitani rappresenta un grande colpo di fortuna, per Roma, perché sono riusciti a visualizzare quegli “slogan d’ordine” che in questo momento storico restano validi per affrontarlo correttamente.
Come si riconosce un nuovo Indiano metropolitano?
Ha una forte idea di autonomia intellettuale e culturale e non considera definitivo ciò che gli viene offerto.
Prova a capire prima di aderire o rifiutare e riconosce che la realtà possiede più dimensioni contemporaneamente.
Usa gli strumenti disponibili senza sentirsi obbligato a utilizzarli nel modo previsto: prende, contamina, modifica. È capace di riconoscere un limite e trasformarlo in una possibilità, producendo qualcosa che prima non c’era.
Non distrugge necessariamente ciò che trova: cerca di capire cosa conservare, cosa modificare e cosa abbandonare.
Cerca di recuperare un immaginario individuale originario, che nasca anche dall’esperienza diretta: dalle persone incontrate, dalle strade, dai racconti, dai luoghi frequentati, dalla radio, dalla lettura.
È consapevole di poter essere condizionato da ciò che vive, vede e sente e sa che, quando milioni di persone vengono esposte agli stessi pochi modelli, quei modelli finiscono inevitabilmente per diventare un metro collettivo di confronto.
Per questo considera fondamentale scegliere cosa fare, cosa vedere, dove andare, cosa mangiare, cosa ascoltare: perché oggi, come se non bastassero gli altri, ci sono anche algoritmi e piattaforme che cercano continuamente di effettuare una parte di quella scelta al nostro posto.
Affronta in modo attivo la realtà di trovarsi davanti a una quantità di conoscenza, immagini, linguaggi e stimoli superiore alla propria capacità di assorbirli.
Cerca quindi di aprire uno spazio individuale dentro un immaginario prodotto da pochi e riconosce l’esigenza di produrre immagini, linguaggi, simboli, musica e forme di comunicazione propri, anziché limitarsi a scegliere e consumare quelli già disponibili.
I nuovi Indiani metropolitani condividono con i vecchi Indiani metropolitani la necessità di non accettare l’immaginario disponibile come l’unico immaginario possibile.
Così come i vecchi Indiani metropolitani cercarono una propria forma di autonomia dentro il mondo che stavano attraversando, i nuovi dovranno trovare la loro.
E, come accadde allora, una lingua nuova per attraversare un confine nuovo.




